Calcio

Quattro big e un ospedale da campo: la Serie A riparte zoppicando

Bologna-Inter, Roma-Genoa, Milan-Atalanta e Juventus-Lazio: la 7ª di Serie A tra infermerie piene, sbornie europee e una Lazio che nessuno aveva invitato. E la Fiorentina con il Como, senza illusioni.

violahub.comMax Cherubin · ViolaHub · 16 ottobre · 8 min

Quattro big e un ospedale da campo: la Serie A riparte zoppicando

Bologna-Inter, Roma-Genoa, Milan-Atalanta e Juventus-Lazio: la 7ª di Serie A tra infermerie piene, sbornie europee e una Lazio che nessuno aveva invitato. E la Fiorentina con il Como, senza illusioni.

Sette giorni fa l’Europa ci aveva promesso un weekend di convalescenza, e invece la Serie A si ripresenta con il passo di chi è appena uscito dal pronto soccorso e pretende di correre la maratona: Bologna-Inter, Roma-Genoa, Milan-Atalanta e Juventus-Lazio, quattro partite in quarantott’ore, tutte vendute come decisive alla settima giornata. Non uno scontro al vertice. Una sfilata di convalescenti con la fascia di capitano.

Intendiamoci: la settima giornata della Serie A Enilive, ha davvero qualcosa da dire. La classifica è corta in alto e cortissima in basso, le coppe hanno lasciato lividi su mezzo campionato, e c’è chi arriva al sabato con le gambe di chi ha giocato con il Real Madrid e chi con il sorriso di chi ha passeggiato a Salisburgo. Il calendario apre venerdì con Frosinone-Sassuolo, prosegue sabato con Venezia-Napoli , poi il piatto forte che tutti aspettano; domenica a pranzo Udinese-Lecce , alle 15:00 la Fiorentina contro il Como, e lunedì la coda con Monza-Cagliari e Parma-Torino. Un menù lungo quattro giorni, servito con la consueta grazia di un palinsesto televisivo che ha scambiato il calcio per una serie a puntate.

La classifica, prima di tutto, perché è l’unica cosa che non si fa raccontare. Inter e Lazio in testa a 16 punti, cinque vittorie e un pareggio a testa, imbattute; la Roma terza a 14, con la miglior difesa del torneo, tre gol subiti in sei partite; il Cagliari quarto a 13 — sì, il Cagliari, e chi lo aveva previsto ad agosto si faccia avanti, gli offriamo un caffè e un posto in redazione —; il Milan quinto a 12, Juventus e Como a 11, Napoli e Frosinone a 10, l’Atalanta decima a 9. Più giù il Bologna a 5, il Genoa a 4, la Fiorentina diciannovesima a 4, il Venezia ancora a zero.

Bologna-Inter: la capolista senza il suo capitano

Sulla carta è la sfida più squilibrata del pacchetto: la prima della classe contro una squadra che a ottobre ha già il volto tirato di chi conta i giorni a novembre. Il Bologna ha 5 punti, è quattordicesimo, e quest’anno ha scoperto che la bellezza degli ultimi anni non si eredita per testamento. Non una crisi. Un ritorno sulla Terra, che per certi versi è peggio.

Palladino, almeno, qualche buona notizia la riceve dall’infermeria. Secondo l’ANSA recupera Theate e Mbangula, mentre davanti il favorito è Piccoli, con Bernardeschi e Cambiaghi alle sue spalle. Restano fuori Orsolini, fermo per circa tre settimane per un problema al bicipite femorale, e Holm, alle prese con un lungo stop dopo l’operazione ai flessori. Perdere Orsolini, per questo Bologna, è come togliere il sale a una cucina che già sapeva di poco: puoi servire lo stesso piatto, ma nessuno ti chiederà il bis.

E l’Inter? L’Inter arriva prima, imbattuta, con il miglior attacco del campionato, 18 gol fatti, e un’aria vagamente stropicciata dalla settimana di Champions, che non è stata gentile con nessuna delle italiane. Soprattutto, l’Inter  arriva senza Lautaro Martínez: il problema muscolare del capitano potrebbe tenerlo lontano dal campo fino a metà novembre.  Ai box anche Jones per un guaio agli adduttori, mentre Stones resta in dubbio per i flessori. Un’infermeria che altrove farebbe aprire un’inchiesta; ad Appiano, al massimo, un comunicato con l’emoji del pollice.

Il punto è proprio questo: l’Inter è una squadra costruita per non dover dipendere da nessuno, e la sua forza sta tutta nella capacità di trasformare l’assenza in normale amministrazione. Il Bologna, invece, dipende da tutto: dall’umore, dal pubblico, dalla giornata di Piccoli. Pronostico? Non ne facciamo, perché il calcio è l’unico luogo dove il favorito perde per vanità. Ma se l’Inter dovesse cadere al Dall’Ara, non sarebbe un’impresa del Bologna. Sarebbe una distrazione dell’Inter. E le distrazioni, a ottobre, si pagano a maggio.

Roma-Genoa: Mourinho e la terapia di gruppo

La Roma arriva da una di quelle notti che uno psicologo dello sport chiamerebbe «esperienza formativa» e un tifoso giallorosso chiamerebbe in modi che non possiamo trascrivere: avanti 3-1 contro il Real Madrid in Champions League, sconfitta 3-4 alla fine. Non una sconfitta. Una lezione di letteratura russa: lunga, dolorosa, e con il finale che tutti sospettavano fin dalla prima pagina.

Gasperini , naturalmente, saprà trasformare anche questo in un’arma. È il suo mestiere: prendere una ferita e venderla come una medaglia, prendere una rimonta subita e raccontarla come la prova che il mondo ce l’ha con la Roma. E in campionato, del resto, i numeri gli danno ragione: terza a 14 punti, quattro vittorie e due pareggi, nessuna sconfitta, tre soli gol subiti. Una difesa che in Italia somiglia a un caveau e in Europa, a quanto pare, a una porta girevole.

Mancherà Malen, squalificato: un’assenza che pesa, perché toglie alla Roma uno dei pochi giocatori capaci di accendere la luce senza chiedere permesso. Dall’altra parte c’è un Genoa che di punti ne ha 4, diciassettesimo, e che all’Olimpico arriverà con l’ambizione dichiarata di chi spera nel pareggio e la speranza segreta di chi sogna lo 0-0 su una punizione deviata. Non è cattiveria. È la classifica.

Il rischio, per la Roma, è tutto mentale: è la classica partita in cui la grande squadra ferita gioca contro i propri fantasmi più che contro l’avversario. Se l’Olimpico ricorderà soltanto il 3-1 di martedì, sarà una festa. Se ricorderà anche il 3-4, sarà un’ora e mezza di ansia collettiva, con quarantamila persone che contano i minuti come si contano i rintocchi di un orologio a pendolo durante un temporale.

Milan-Atalanta: il Diavolo col vento in poppa

Qui la narrazione è già scritta, e il Milan la sta già recitando a memoria: 0-4 a Salisburgo in Europa League, tripletta di Cisse, una serata che a Milanello hanno archiviato come prova di maturità e che a Milano qualcuno ha già incorniciato come l’inizio di una nuova era. Calma. Era Salisburgo, non il Bernabéu. Ma quattro gol in trasferta in Europa non li regala nessuno, e il Milan merita il diritto di gongolare almeno fino a domenica alle 17:59.

In campionato i rossoneri sono quinti a 12 punti, tre vittorie e tre pareggi, ancora imbattuti: una squadra che non perde, ma che non ha ancora deciso se vuole vincere davvero o soltanto non sfigurare. Il pareggio, per il Milan di quest’anno, è stato finora una seconda casa: comoda, arredata, un po’ noiosa. La partita contro l’Atalanta è l’occasione per traslocare.

L’Atalanta, dal canto suo, è decima a 9 punti, e arriva senza Elmas, squalificato. Non è più la squadra che terrorizzava l’Europa con il pressing a tutto campo e la sfrontatezza di chi non ha nulla da perdere: oggi ha qualcosa da perdere, e si vede. Ma attenzione a dare per morti i bergamaschi: sono quelli che, quando li dimentichi, ti presentano il conto con gli interessi. Un 9 in classifica può diventare un 12 in novanta minuti, e un Milan euforico è il bersaglio ideale per chi ha voglia di rovinare le feste altrui.

È la partita più equilibrata del lotto, e forse la più sincera. Nessuna delle due può nascondersi dietro le coppe: il Milan ha vinto facile, l’Atalanta ha il dovere di risalire. Il primo che sbaglia l’atteggiamento rischia di passare la settimana a spiegare ai giornali perché la maturità, a quanto pare, dura soltanto da un giovedì alla domenica.

Juventus-Lazio: la rimonta di Vigo e la prova del nove

La Juventus arriva da Vigo con tre punti in tasca e un sudore freddo che ancora non si è asciugato: 1-2 in rimonta contro il Celta, Kolo Muani al 92′, dopo una serata in cui per lunghi tratti la squadra di Spalletti aveva l’aria di chi cerca le chiavi di casa al buio. A Torino l’hanno chiamata carattere. Noi la chiamiamo fortuna con il distintivo della società.

In campionato la Juve è sesta a 11 punti, alla pari con il Como — e già questo, a Torino, basterebbe a far tremare i lampadari della sede. Dall’altra parte arriva la Lazio, seconda a 16, imbattuta, con una difesa da 4 gol subiti in sei giornate e un’aria da squadra che ha smesso di chiedere scusa per essere lì. Non un’outsider. Una pretendente che nessuno aveva invitato al ballo e che adesso balla meglio di tutti.

Ed è qui che la partita diventa interessante: la Juventus, per storia e per pretese, è obbligata a vincere; la Lazio, per classifica, è libera di farlo. È una differenza sottile ma decisiva. La pressione è tutta bianconera, e Spalletti lo sa bene: il suo calcio vive di idee, ma le idee, a Torino, valgono quanto i punti che producono. Se a Vigo è servito il 92′ per salvare la faccia, contro la Lazio non è detto che il cronometro sia così indulgente.

La Lazio ha la grande occasione di trasformare una bella partenza in una dichiarazione d’intenti. La Juve ha la grande occasione di dimostrare che Vigo è stato un incidente e non un sintomo. Una delle due, domenica notte, uscirà dall’Allianz Stadium con una certezza in più. L’altra con un dubbio in più. E i dubbi, nel calcio italiano, si trasformano in processi televisivi con una rapidità che farebbe invidia a qualsiasi tribunale.

E la Fiorentina?

E la Fiorentina? La Fiorentina, mentre gli altri si contendono la prima pagina, gioca domenica alle 15:00 contro il Como. Diciannovesima con 4 punti contro una squadra settima a 11. Lo scriviamo senza giri di parole, come promette il motto di casa: la Fiorentina senza filtri. E senza illusioni.

Il Como, sia chiaro, non è più una simpatica curiosità lacustre: è una squadra che spende, gioca e soprattutto vince, e che in classifica sta alla pari con la Juventus. Che il Como guardi la Fiorentina dall’alto di sette punti è una di quelle frasi che, lette due anni fa, avrebbero fatto ridere un intero stadio. Oggi fanno piangere un’intera città, in silenzio, sotto i portici.

La partita non è una finale, perché le finali si giocano a maggio. È peggio: è una partita che non si può perdere. Perdere significherebbe accomodarsi stabilmente nei bassifondi con la dignità di chi finge di essere lì per caso. Vincere significherebbe, almeno per una settimana, smettere di essere l’argomento preferito delle battute altrui. Non chiediamo bellezza. Chiediamo tre punti. La bellezza, se proprio vuole, può aspettare tempi migliori: ci ha abituati a farlo.

E nel frattempo, guardiamo con un misto di invidia e di sollievo il calendario degli altri: noi, almeno, non dobbiamo spiegare a nessuno come si perde un 3-1 contro il Real Madrid. Abbiamo problemi più modesti. Più nostri. Più viola.

Il verdetto del weekend

Quattro partite, quattro domande. L’Inter sa vincere anche senza il suo capitano? La Roma ha già dimenticato il Real Madrid? Il Milan è maturo o soltanto di buon umore? La Juventus è una squadra o un cronometro fortunato? Le risposte arriveranno tra sabato e domenica sera, e come sempre saranno meno definitive di quanto i titoli del lunedì vorranno farci credere.

Il calcio è un geniale bugiardo: a ottobre ti racconta che tutto è deciso, a maggio ti spiega che non avevi capito niente. E allora la domanda vera, per noi che guardiamo dalla diciannovesima posizione, è sempre la stessa: quando toccherà a noi, finalmente, avere un weekend senza  preoccupazioni ?

Orari, arbitri e tv

  • Bologna-Inter — sab 17/10, 18:00, Dall’Ara · arb. Doveri · DAZN
  • Roma-Genoa — sab 17/10, 20:45, Olimpico · arb. Abisso · Sky/NOW e DAZN
  • Milan-Atalanta — dom 18/10, 18:00, San Siro · arb. Chiffi · Sky/NOW e DAZN
  • Juventus-Lazio — dom 18/10, 20:45 · arb. Massa · DAZN
  • Fiorentina-Como — dom 18/10, 15:00 · arb. Di Bello · DAZN

Fonti: Sky Sport, Lega Serie A. Classifica dopo 6 giornate. Indisponibili: ANSA, Goal.com.

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