Roma-Fiorentina 4-0: viola umiliati all’Olimpico

Nel grande teatro dell’Olimpico, dove di solito si recitano drammi e commedie di Serie A, ieri sera si è consumato uno spettacolo di pura umiliazione. La Fiorentina è entrata in scena vestita da principessa rinascimentale, fresca di mercato, di promesse e di “progetto”. Ne è uscita nuda, calpestata, con quattro buchi sul corpo e zero dignità residua. Applausi della Curva Sud. Sipario. Fine della favola.

Non è stata una partita. È stata una vivisezione pubblica. Un’autopsia in diretta trasmessa a tutto il paese. Un’operazione chirurgica senza anestesia in cui Gian Piero Gasperini ha usato Paulo Dybala come bisturi e Donyell Malen come sega elettrica. La Roma non ha vinto: ha eseguito. La Fiorentina non ha perso: è stata esposta, smontata pezzo per pezzo e rimessa nella scatola con un cartellino “in costruzione – maneggiare con cura, ma a vostro rischio e pericolo”.

Firenze si risveglia dal coma della stagione precedente, quella in cui la Viola aveva fluttuato pericolosamente vicino alla Serie B come un malato terminale che continua a dire “sto meglio, dottore”. Arriva Fabio Paratici, l’uomo delle liste infinite e delle promesse infinite. Arriva Fabio Grosso, l’eroe di Berlino, il simbolo di chi sa trasformare un calcio di rigore in un’epopea nazionale. Arrivano Mastantuono, Dragusin, Joao Mario, Atta, Pellegrino, un De Gea che doveva essere il nuovo muro invalicabile e invece è diventato un semplice portiere con le mani un po’ lente e lo sguardo di chi sta ancora cercando di capire in che campionato si trova. Arrivano le interviste: “Siamo pronti”, “Abbiamo le qualità”, “Il progetto è ambizioso”. Arriva pure Moise Kean, che però alla prima di campionato resta in panchina perché, spiega poi Grosso con la faccia seria, “c’era da sporcarsi”. Ah, certo. All’Olimpico, contro la Roma di Gasperini, c’è da sporcarsi. Come se fosse una partita di calcetto tra amici ubriachi e non l’inizio di un campionato che non perdona le dilettanti vestite da principesse.

La Roma, dal canto suo, non ha bisogno di raccontarsi favole. Gasperini arriva all’Olimpico con la faccia di chi ha già visto questo film mille volte: avversario pieno di nuovi, pieno di chiacchiere, pieno di “tempo”. Lui risponde con un undici che sa il fatto suo. Svilar, Mancini, Ndicka, Hermoso. Lulli e Wesley a fare le corsie come due treni ad alta velocità che non si fermano nemmeno al rosso. Cristante e Koné a mangiare centrocampisti avversari a colazione, pranzo e cena. Mora e soprattutto Dybala dietro a un Malen affamato come un lupo dopo tre mesi di digiuno. Non è una formazione: è un atto d’accusa contro chi pensa ancora che il calcio si vinca con i comunicati stampa e le interviste rassicuranti.

I primi venti minuti sono un piccolo catalogo di illusioni viola e di realtà giallorossa. La Fiorentina tocca il pallone con la delicatezza di chi ha appena comprato un vaso Ming e ha paura di romperlo. Mastantuono corre, corre, corre, e scopre che correre senza una squadra dietro è un hobby, non una tattica. Pellegrino si agita come un pesce fuori dall’acqua. Fagioli prova a mettere ordine e prende un giallo che sembra più un grido di aiuto che un contrasto. Poi, al 27’, arriva il primo colpo di lama. Dybala prende il pallone, lo guarda, ci parla un attimo (probabilmente in argentino, ma con accento romano e un filo di sadismo), e lo serve a Malen in modo che quest’ultimo non debba nemmeno pensare. 1-0. La Curva Sud esplode. La panchina viola resta immobile, come se stesse assistendo a un documentario sulla vita selvatica e non a una partita di calcio. Grosso guarda. Il tempo, ovviamente, continua a passare. Quel tempo di cui si parlerà dopo, quel tempo che doveva essere l’alibi perfetto e che invece è diventato solo un’aggravante.

Il primo tempo finisce 1-0, ma è un 1-0 che ha già il sapore del massacro. La Fiorentina ha creato zero. Zero idee. Zero pericolo. Zero dignità residua. Brescianini ha tirato da fuori area con la convinzione di chi spera che il portiere sia distratto a guardare Instagram. Svilar ha parato con la nonchalance di chi raccoglie una moneta caduta per terra. De Gea, dall’altra parte, ha fatto il suo, ma quando ti arrivano palle servite su un piatto d’argento da Dybala, pure Buffon al suo meglio avrebbe avuto qualche dubbio esistenziale.

Poi arriva la ripresa. E la luce per la Fiorentina si spegne definitivamente. Al 52’ Dybala e Malen si ritrovano di nuovo. L’argentino fa il numero, l’olandese fa il gol. 2-0. Otto minuti dopo, stesso copione, stesso assist, stessa conclusione. Tripletta. Malen esce tra gli applausi della Sud come un mattatore che ha appena finito di massacrare l’avversario e decide di lasciare il palcoscenico ai comparse. Entra Castro, entra Soulé, entra Pisilli. La Roma sta giocando a calcio. La Fiorentina sta giocando a “sopravvivere fino al 90’ senza prendere il quarto”. Fallisce pure in quello. All’86’ Pisilli, fresco di panchina, trova il modo di depositare il pallone in rete dopo un’azione che coinvolge un errore di Mandragora (entrato pure lui, perché a quel punto Grosso aveva già esaurito le idee e stava esaurendo anche i cambi e forse pure la voglia di stare lì). 4-0. Fine della recita. Applausi. Sipario. La Fiorentina se ne va con la faccia di chi ha appena scoperto che i soldi spesi non bastano a comprare la dignità.

Ora, parliamo di numeri. Possesso palla nettamente a favore della Roma. Tiri in porta: una sproporzione che grida vendetta. Tocchi in area avversaria: 39 contro 8, o qualcosa di simile. La Fiorentina ha avuto qualche spunto con Kean entrato, un tiro, un corner, un’illusione. Ma era l’illusione di chi, dopo aver preso tre gol, spera ancora che il film finisca in modo diverso. Non è finito in modo diverso. È finito come doveva finire: con i giallorossi che festeggiano e i viola che mediano sul significato della parola “progetto”, quella parola magica che in Italia serve a giustificare di tutto, dai flop di mercato alle umiliazioni da quattro a zero.

Questa non è solo una sconfitta. È la dimostrazione lampante di come il calcio italiano ami raccontarsi favole e poi scoprire che le favole, quando incontrano Gasperini, finiscono sempre con il lupo che mangia Cappuccetto Rosso, la nonna e pure il cacciatore. La Fiorentina ha speso, ha acquistato, ha parlato di rinascita, ha messo Grosso in panchina come se un ex campione del mondo potesse, da solo, trasformare un cantiere a cielo aperto in un grattacielo in tre settimane di preparazione. Grosso ha detto le cose giuste: “Serve tempo”, “siamo in costruzione”, “la qualità non basta, serve intensità”. Giustissimo. Solo che il tempo, in Serie A, non te lo regala nessuno. E l’intensità non si compra al supermercato insieme a Mastantuono e Dragusin. Si costruisce. E per costruire ci vuole, appunto, tempo. E lavoro. E, soprattutto, non prendere quattro gol alla prima di campionato contro una squadra che, pure senza avere ancora la rosa definitiva, sa già chi è e sa come farti male.

Si potrebbe parlare di De Gea, che non è stato il muro invalicabile che qualcuno sperava e che anzi, a tratti, ha avuto l’aria di chi sta ancora cercando di capire se è finito in un campionato o in un film horror. Si potrebbe parlare di Ranieri e Dragusin, che hanno ballato più del dovuto e hanno trasformato la difesa in una pista da ballo per Malen. Si potrebbe parlare di Fagioli e Ndour, che in mezzo al campo hanno sofferto il ritmo di Cristante e Koné come un principiante soffre il primo giorno di palestra sotto un personal trainer sadico che non conosce la pietà. Si potrebbe parlare di Kean in panchina e di come, a volte, le scelte tattiche si trasformino in alibi postumi perfetti per le interviste. Ma il punto non è questo. Il punto è che una squadra che vuole essere competitiva non può presentarsi all’Olimpico e sparire dopo mezz’ora. Non può. Non deve. E se lo fa, allora i discorsi sul “progetto” e sul “tempo” suonano un po’ come le giustificazioni di chi ha sbagliato i conti e spera che nessuno se ne accorga. O peggio: che qualcuno ci creda ancora.

Gasperini, dal suo canto, può sorridere. La sua Roma ha iniziato con tre punti, con una prestazione convincente, con un Dybala in stato di grazia e un Malen affamato. Non è ancora lo scudetto, ovviamente. È solo la prima giornata. Ma è una prima giornata che dice qualcosa. Dice che questa Roma sa fare male. Dice che quando Dybala e Malen si trovano, il resto della Serie A deve stare attento. Dice che Gasperini, pure senza avere ancora la rosa definitiva, riesce a far sembrare il calcio una scienza esatta mentre dall’altra parte sembra ancora un’arte astratta praticata da dilettanti con buone intenzioni e scarso senso della realtà.

E Grosso? Grosso ha ragione: serve tempo. Ma il tempo, in questo calcio, è una risorsa che si consuma in fretta. Il Frosinone arriva sabato, nel giorno dei festeggiamenti del centenario. Un centenario che, con un 4-0 così fresco, rischia di trasformarsi in un funerale anticipato mascherato da festa. E ogni sconfitta così pesante lascia un segno. Non solo in classifica. Nella testa. Nei tifosi. Nella credibilità del progetto. Perché si può anche essere in costruzione. Ma se mentre costruisci ti demoliscono così, allora forse è il caso di rivedere i piani, i mattoni e, soprattutto, la velocità con cui si pretende di diventare qualcosa di serio.

Alla fine, questo Roma-Fiorentina 4-0 non è solo un risultato. È un monito. Un monito a tutte le squadre che pensano che il mercato da solo basti a cambiare le sorti. Un monito a chi crede che un allenatore carismatico e qualche nome nuovo siano sufficienti a cancellare mesi di mediocrità. Un monito, soprattutto, a chi continua a raccontare favole mentre il campo racconta la verità nuda e cruda: quattro a zero, zero risposte, zero illusioni residue.

La Fiorentina tornerà a Firenze. Lavorerà. Parlerà di crescita. Di processo. Di tempo. E magari, tra qualche mese, ci sarà pure da applaudire. Ma per ora, in questa notte romana di fine agosto, resta solo il sapore amaro di un’umiliazione che non si può mascherare con le belle parole. Perché le belle parole, di fronte a un 4-0, suonano sempre un po’ come le scuse di chi ha perso e non sa ancora ammetterlo fino in fondo.

E se c’è una cosa che il calcio italiano dovrebbe imparare, è proprio questa: a volte, invece di costruire alibi, sarebbe meglio costruire una squadra vera. Una che non si faccia prendere a pallonate subendo quattro gol da chi, semplicemente, sa giocare meglio. Il resto sono solo chiacchiere. E le chiacchiere, all’Olimpico, non segnano gol. Segnano solo l’umiliazione.

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