Tre continenti trasformati in un unico enorme centro commerciale del pallone, 48 squadre ammesse con la stessa logica con cui si riempie un supermercato per far girare i carrelli, stadi da football americano ribattezzati “cattedrali del calcio” e idratazioni ogni venti minuti perché i calciatori moderni, si sa, sudano soprattutto quando firmano i contratti. La federazione internazionale ha deciso che il torneo più bello del mondo andava allungato, diluito e monetizzato fino all’osso. Risultato? Un format che premia la quantità e punisce la qualità, regalando a nazioni improbabili la possibilità di umiliare chi, fino a ieri, si sentiva eletto. E le prime giornate lo stanno dimostrando con una precisione che fa male: la Spagna inchiodata da Capo Verde, il Brasile che pareggia contro il Marocco, la Germania che deve segnare sette gol per convincere qualcuno. Questo è il Mondiale in cui l’inclusione è solo il nome in codice del business e l’ironia del destino si diverte a prendere a calci nei denti chi si credeva già in finale.
Argentina: Messi hat-trick a 38 anni e l’Albiceleste che vive ancora di miracoli personali
Argentina-Algeria 3-0. Lionel Messi realizza il suo primo hat-trick iridato (17’, 60’, 76’), raggiunge quota 16 gol totali nei Mondiali eguagliando Klose e fa sembrare l’Algeria una squadra di Seconda Categoria in amichevole di fine stagione. Scaloni ha messo in campo una formazione compatta, De Paul instancabile nel recupero, Lautaro Martínez pronto a sfruttare gli spazi lasciati dalla difesa nordafricana. La squadra ha gestito il possesso, chiuso gli spazi e sfruttato le transizioni. Dati alla mano: 62% di possesso, 18 tiri, 7 in porta. Professionale, efficace, sufficiente.Ma se non ci fosse quel 38enne di Rosario con i piedi che sembrano ancora più veloci della sua età anagrafica, staremmo parlando di una vittoria normale contro una squadra africana di medio livello o di una prestazione da “bravi, ma niente di più”. L’Argentina continua a essere una squadra che esiste grazie a un uomo solo al comando. Dietro c’è ancora quella fragilità strutturale che Scaloni nasconde con il carisma e con la corsa dei centrocampisti. Contro Austria e Giordania arriveranno le prime vere domande. Per ora godiamoci il GOAT che, a quasi quarant’anni, continua a fare il lavoro sporco mentre i fenomeni venticinquenni con i contratti da 20 milioni all’anno si limitano a esistere. L’ironia è che il Mondiale più gonfiato della storia sta regalando al più grande di sempre l’ennesima occasione di umiliare tutti da solo.
Brasile: 1-1 col Marocco e la Seleção ridotta a catalogo di solisti
Brasile-Marocco 1-1. Vinicius Jr. segna il gol del pareggio nel finale, ma la squadra verdeoro non va oltre un punto contro una formazione organizzata, fisica e reduce dai quarti del Qatar. Ancellotti ha schierato i nomi che fanno sognare i tifosi. Sul campo, però, è apparsa un’orchestra di prime donne che non hanno mai provato insieme. Dominio sterile a tratti, 58% di possesso, tanti cross inutili, troppi spazi concessi in contropiede. Il Marocco ha chiuso, ha corso e ha punito la disorganizzazione brasiliana.Il sarcasmo qui è particolarmente gustoso. Il Brasile che tutti descrivevano come la grande favorita arriva e pareggia contro il Marocco. “Abbiamo i migliori giocatori del mondo”, ripetono da anni. Peccato che giochino come se si fossero presentati in campo per la prima volta. L’anima collettiva è sparita, sostituita da giocate individuali e da un atteggiamento da “tanto siamo più forti”. Contro Haiti sarà una passeggiata da spot pubblicitario, contro la Scozia un esame di maturità. Per ora la Seleção è esattamente quello che è: un insieme di fuoriclasse senza squadra, amplificato da un format che permette a chiunque di resistere.
Spagna: 0-0 con Capo Verde e il tiki-taka senza gol che fa ridere (o piangere)
Spagna-Capo Verde 0-0. La Roja, fresca campione d’Europa, non riesce a segnare contro una nazionale debuttante di 600.000 abitanti. Yamal, Pedri, Nico Williams e compagnia hanno tirato 22 volte, creato occasioni, dominato il possesso al 71%. Ma il portiere Vozinha ha fatto la sua partita della vita e la Spagna ha dimostrato, ancora una volta, che il bel gioco senza finalizzazione è solo una bella statistica da bar. La nazione che ha inventato il possesso palla moderno e che si vanta di giocare il “calcio del futuro” viene fermata da un arcipelago africano. De la Fuente ha parlato di “sveglia”. I tifosi hanno urlato “vergogna”. La verità è più semplice e più amara: la Spagna gioca bene, crea tanto, ma non ha più quel killer instinct che aveva ai tempi di Iniesta, Xavi e Villa. Yamal è un fenomeno, ma da solo non basta contro chi chiude tutto e aspetta l’errore. Contro Arabia Saudita e Uruguay serviranno i gol, non solo le statistiche di possesso. Per ora la Spagna è la rappresentazione perfetta di questo Mondiale: tanta tecnica, zero sostanza, e la FIFA che ringrazia perché anche le partite senza gol fanno incassare i diritti tv.
Germania: 7-1 al Curaçao e il Panzer che schiacciano i deboli per convincere se stessi
Germania-Curaçao 7-1. Gol di Nmecha, Schlotterbeck, Havertz (doppietta), Musiala, Brown e Undav. Nagelsmann ha messo in campo pressing alto, transizioni rapide e una squadra che ha annientato un avversario di 158.000 abitanti. 7 gol, 28 tiri, dominio totale. Impressionante sulla carta. Battere il Curaçao per 7-1 è come vincere a carte contro il cugino ubriaco la sera di Natale. Impressionante, sì, ma non dice assolutamente nulla sulla reale forza della squadra. La Germania è tornata a essere organizzata, cattiva, tedesca. Ha giovani interessanti e un allenatore che sa cosa vuole. Ma contro Costa d’Avorio ed Ecuador arriveranno le prime domande serie. Per ora godiamoci il 7-1 e l’ironia che questo Mondiale dilatato regala alle piccole nazioni: anche il Curaçao può segnare un gol contro i Panzer e vivere per sempre di quel momento. La grandezza si misura contro chi ti può battere, non contro chi ti fa da tappetino di benvenuto.
Norvegia: 4-1 all’Iraq e il Nord che sogna senza complessi
Norvegia-Iraq 4-1. Haaland protagonista, Ødegaard che detta i tempi, una squadra giovane, fisica e ben organizzata da Ståle Solbakken. 4 gol, verticalità, intensità. La Norvegia torna dopo 28 anni e lo fa con la testa alta. Mentre Brasile e Spagna faticano, i vichinghi moderni arrivano e fanno il loro lavoro. Haaland segna a ripetizione in Premier, Ødegaard illumina l’Arsenal: insieme possono fare male a chiunque. Gruppo I con Francia e Senegal sarà un inferno, ma questo 4-1 dice che non sono qui per fare scena. Potrebbero essere la sorpresa del torneo. O sparire agli ottavi. Nel Mondiale più inclusivo della storia, le nazioni “minori” stanno dimostrando più carattere di alcune grandi.
Francia: 3-1 al Senegal e Mbappé che continua a essere un’astronave (il resto è da vedere)
Francia-Senegal 3-1. Mbappé doppietta, Barcola gol. Les Bleus partono forte, con superiorità fisica e tecnica evidente. Deschamps (o chi per lui) ha una rosa profonda e un capocannoniere all-time della Francia che sembra imbattibile.Il sarcasmo qui è quello classico francese: tanta individualità, poca certezza collettiva. Mbappé è mostruoso, Olise e Dembélé possono fare la differenza, la difesa tiene. Ma la Francia ha il vizio storico di alternare partite da campione a partite da “tanto siamo più forti”. Contro Iraq e Norvegia dovrà dimostrare di essere squadra, non solo un catalogo di fenomeni. Per ora è la favorita.
Stati Uniti: 4-1 al Paraguay
USA-Paraguay 4-1. Pulisic, Balogun e compagni dominano l’esordio casalingo. Stadi pieni, bandiere a stelle e strisce, entusiasmo palpabile. La squadra gioca con velocità, pressing e organizzazione. Giovane, motivata, supportata dal pubblico. Bel fuoco di paglia, ma il livello resta ancora sotto le grandi europee e sudamericane. Contro Australia e Turchia si vedrà se è un incendio vero o solo l’euforia da padroni di casa. Per ora: simpatici, organizzati, ma con il rischio concreto di finire come sempre – quarti di finale al massimo e poi “next time, America”. Il sogno è vivo. Fino alla prima vera batosta.
Conclusioni provvisorie (perché il Mondiale è solo all’inizio e la FIFA conta ancora i soldi)
Finora il Mondiale 2026 ha già regalato sorprese (Capo Verde), stravolgimenti (Germania schiacciasassi), conferme (Messi immortale) e figuracce (Brasile e Spagna). Le big faticano contro le “piccole”, le “piccole” sognano, il calcio resta imprevedibile proprio perché è stato reso più lungo e più diluito. Argentina e Francia sembrano un passo avanti, Germania impressiona contro i deboli, Norvegia diverte, Brasile e Spagna devono svegliarsi, Stati Uniti ci provano con onestà.Ma siamo solo alle prime giornate. Tra idratazioni forzate, VAR infiniti, stadi enormi e un format che premia la resistenza più del talento, arriveranno altre umiliazioni, altre magie e altre figuracce. Perché il bello (e il tragico) di questo Mondiale gonfiato è proprio questo: anche i giganti possono inciampare sui tappetini di benvenuto che la FIFA ha steso per tutti, credendo che basti espandere un torneo per renderlo migliore. Il pallone, per fortuna, ha ancora il potere di prendersi gioco di tutti.
