Autogol da record: la stagione dell’umiliazione viola

La Fiorentina ha trasformato la stagione in un trattato di economia applicata al pallone: investire quasi cento milioni in estate per scoprire, nove mesi dopo, che il valore residuo sul campo era pari a quello di un’auto aziendale dopo un frontale. Non un’annata storta. Un esercizio di autolesionismo finanziario e tattico condotto con la serietà di chi crede davvero che basti firmare assegni per comprare anche il carattere.L’estate viola è stata un’orgia di Excel impazzito. Daniele Pradè e soci, con il via libera della proprietà Commisso, hanno aperto i rubinetti come se il calcio fosse un supermercato duty-free e loro turisti giapponesi. Roberto Piccoli è arrivato da Cagliari per 25 milioni, etichettato come il nuovo ariete: ha segnato un gol in dieci presenze utili, trasformando ogni occasione in un esercizio di contorsionismo mancato. Albert Gudmundsson, prelevato dal Genoa per 13 milioni, ha prodotto lampi di classe geniale alternati a lunghi blackout che facevano sospettare un secondo lavoro da spegnitore di aspettative. Nicolò Fagioli, pagato 13,5 milioni alla Juventus, doveva essere il regista illuminato: ha illuminato poco, spento tanto. Jacopo Fazzini da Empoli per 10 milioni, Robin Gosens per 7, Tariq Lamptey per 6, Simon Sohm per 15. Più Luca Lezzerini gratis e vari ritocchi minori. Totale spesa: intorno ai 90-93 milioni netti. Un investimento da club di metà Premier travestito da ambizione viola. Risultato? Una rosa costosissima, squilibrata, priva di identità. Hanno comprato attaccanti senza ali vere, centrocampisti senza diga, difensori “esperti” che trasformavano ogni cross in un invito a nozze per gli avversari. Piccoli è stato il simbolo vivente del flop: tanto clamore, zero sostanza. Fazzini non ha replicato le cose buone viste a Empoli. Gosens e Dodo hanno offerto prestazioni da comparsa pagata. Fagioli ha fluttuato tra lampi e anonimato, ha salvato la faccia a intermittenza, ma da solo non poteva caricarsi sulle spalle un collettivo molle come gelatina. De Gea, tra i pali, ha parato l’impossibile e incassato l’inevitabile, con lo sguardo di chi rimpiangeva i tempi del Manchester United. La difesa, rinforzata sulla carta, è rimasta porosa come una rete da calcetto. Un mercato da manuale del “come spendere tanto per ottenere poco”: nomi presi guardando le statistiche, non il contesto, né la compatibilità tattica, né il dna viola. Stefano Pioli, chiamato a dare ordine a questa Babele, ha resistito fino all’inevitabile esonero. Zero vittorie nelle prime dieci giornate. Un record che puzza di inadeguatezza più che di sfortuna. Esonerato con la grazia di un pacco restituito al mittente. Poi è arrivato Paolo Vanoli con il ruolo di pompiere in una foresta già in fiamme. Vanoli ha cambiato moduli come si cambiano calzini, ha urlato, ha provato a scuotere uno spogliatoio che rispondeva con l’entusiasmo di un impiegato il venerdì pomeriggio alle 17.59. Inutile. La squadra produceva errori banali con regolarità da orologio svizzero: gol regalati, occasioni sciupate, partite buttate via.Il Franchi è diventato un luogo di autoflagellazione collettiva. I tifosi, paganti e fedeli fino al masochismo, hanno assistito a un repertorio deprimente: passaggi sbagliati in uscita, difensori fermi come statue del Bernini, attaccanti che calciavano in curva con la naturalezza di chi ha dimenticato il mestiere. Le gare casalinghe contro le concorrenti salvezza finivano in pareggi strappati o sconfitte umilianti. Le trasferte? Esecuzioni sommarie. Il 3-0 a Udinese a marzo è stato solo il capitolo più visibile di un libro nero. Contro le grandi sparizione totale, contro le piccole identico copione.Le coppe hanno confermato il trend. Conference League: fuori senza lasciare traccia. Coppa Italia: eliminazione agli ottavi contro il Como con un 1-3 casalingo che ha fatto il giro d’Italia tra ghigni e compatimento. Nemmeno lì è emerso un guizzo d’orgoglio. Solo la solita Fiorentina: ambiziosa a parole, inconsistente nei fatti.Gennaio ha portato l’ammissione di colpa più comica dell’annata. Con la squadra in zona pericolo, ecco il mercato di riparazione da emergenza: Manor Solomon in prestito dal Tottenham, Marco Brescianini dall’Atalanta (prestito con obbligo condizionato), Jack Harrison dal Leeds, Giovanni Fabbian dal Bologna, Daniele Rugani dalla Juventus. Più qualche ritocco minore. Operazioni low-cost con riscatti pesanti in caso di salvezza, come rattoppare un grattacielo che perde pezzi con lo scotch. Solomon ha portato qualche scintilla, Brescianini energie, Rugani doveva dareesperienzama ha portatoil nulla assoluto. Ma era troppo tardi per cancellare i danni dell’estate. La scomparsa di Rocco Commisso a gennaio ha aggiunto un vuoto umano e istituzionale, ma non ha fermato la deriva. La società ha navigato a vista, tra mea culpa, dimissioni e comunicati scritti da avvocati.I numeri finali sono una sentenza senza appello: quindicesimi con 42 punti, 9 vittorie, 15 pareggi, 14 sconfitte, 41 gol fatti, 50 subiti. Salvezza agguantata alla fine con un pareggio contro il Genoa, accolto con sollievo misto a vergogna. Una squadra partita per l’Europa ha finito per elemosinare un punto contro una formazione già tranquilla. Il mercato estivo, costato un patrimonio, ha prodotto una rosa senza leader, senza spina dorsale, senza un’idea di gioco riconoscibile. Quello invernale ha tamponato l’emorragia senza curare la ferita.

La dirigenza parlava di “progetto ambizioso”, “salto di qualità”, “nuova Fiorentina”. Sul campo si vedeva una squadra lenta nelle idee, fragile nella testa, generosa nel regalare punti. Hanno speso per comprare “talento” e hanno ottenuto individualità isolate. Hanno promesso pressing e regalato contropiedi gratis. Hanno ingaggiato “vincitori” che non sapevano vincere nemmeno le partite già in discesa. Il fallimento del mercato non è stato solo economico: è stato concettuale. Hanno scelto giocatori guardando Transfermarkt invece di chiedersi se avrebbero retto il peso della maglia in una piazza esigente come Firenze: un elenco di promesse non mantenute pagate a peso d’oro.

Questa stagione ha messo a nudo i vizi del calcio italiano contemporaneo: ambizione slegata dalla realtà, comunicazione da brochure patinata mentre sul campo si recita il de profundis, gestione tecnica oscillante tra ingenuità e ostinazione. I più pagati sono stati i più deludenti. I giovani di prospettiva sono rimasti tali. La società ha alternato proclami e silenzi. I tifosi hanno protestato, strillato, continuato a riempire lo stadio. Meritavano molto di più di questa pantomima costosa.A bocce ferme resta il dovere di una riflessione senza sconti. Il mercato estivo è stato un errore strategico di prima grandezza: soldi spesi senza progetto tattico definito, senza gerarchia in spogliatoio, senza visione di lungo periodo. Hanno puntato su nomi invece che su un’idea. Hanno confuso il budget con il carattere. Hanno scambiato l’apparenza con la sostanza. Il mercato invernale ha confermato il panico: rattoppi invece di una cura radicale. Risultato: una squadra che ha umiliato se stessa prima ancora che gli avversari la umiliassero.

La Fiorentina è salva. Ma la dignità va riconquistata sul campo, non con comunicati. Servono scelte umili, precise, coerenti. Servono uomini prima che nomi altisonanti. Servono idee prima che stipendi da Premier di provincia. Altrimenti la prossima stagione sarà solo il sequel di questa farsa dispendiosa. E stavolta senza paracadute.Perché il calcio punisce con precisione chi promette senza mantenere, spende senza costruire, sogna senza sudare. Un fallimento di mercato che resterà inciso negli annali non come banale sfortuna, bensì come monito di elegante tragicità: i quattrini acquistano nomi, curriculum e ingaggi da Premier di provincia, ma non possono certo comprarsi l’anima, il carattere né quell’indefinibile “qualcosa” che trasforma undici giocatori in una squadra. E senza anima, anche la rosa più cara finisce per elemosinare punti all’ultima giornata, per imparare nel modo più umiliante possibile, che il rispetto e l’onore – ahimè – continuano a non essere in vendita.

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