La Juventus ha perso in casa 0-2 contro la Fiorentina, gol di Cher Ndour e Rolando Mandragora. Una mazzata secca, limpida, senza nemmeno il pietoso velo di un episodio arbitrale o di sfortuna. Sesto posto servito su piatto d’argento, Champions League che scompare all’orizzonte come un miraggio per assetati di blasone, Europa League come contentino per chi osava sognare palcoscenici da grande. Non una sconfitta. Una dichiarazione di fallimento firmata in calce con inchiostro viola, proprio da chi doveva essere la vittima sacrificale di turno.
E qui il calcio, quel bastardo con il senso dell’umorismo più nero del pianeta, sfodera il suo colpo da maestro. La Fiorentina – proprio lei, la stessa Fiorentina che solo sette giorni prima aveva strappato la salvezza con l’entusiasmo di un condannato graziato all’ultimo secondo, dopo una stagione intera di mediocrità certificata, di partite svogliate, di classifiche da incubo e di prestazioni che facevano rimpiangere pure le squadre da playout – ha schiaffeggiato la Juventus sul suo terreno con una superiorità imbarazzante. Una formazione che per mesi ha arrancato tra sufficienza e puro terrore retrocessione ha impartito alla nobile Signora una lezione di calcio, organizzazione e cattiveria che i bianconeri non si meritavano nemmeno di ascoltare. Perdere così, in casa, contro chi fino a una settimana fa sudava freddo per non finire in Serie B, non è umiliante. È comico. È tragicamente esilarante. È la giustizia poetica che il pallone riserva ai presuntuosi.
La partita? Un monologo viola travestito da match. La Juventus ha avuto il pallone, naturalmente: Spalletti esige possesso come certi allenatori pretendono devozione assoluta. Peccato che quel possesso fosse talmente lento, sterile e innocuo da sembrare un giro di valzer tra anziani in una casa di riposo. Passaggi laterali, giri a vuoto, l’illusione patetica di dominare senza mai minacciare davvero. La Fiorentina ha aspettato compatta, con l’ordine serafico di chi ha già messo in salvo la pelle, e ha colpito con la freddezza di un sicario. Ndour e Mandragora – due che in una Juventus vera farebbero da sparring partner nei pomeriggi di noia – hanno bucato la retroguardia bianconera come fosse carta igienica. Due gol nati da disattenzioni difensive da oratorio, da un centrocampo che ha offerto varchi larghi come autostrade tedesche. Complimenti alla viola per aver trovato proprio contro la Juve la lucidità che aveva smarrito per nove mesi. Complimenti alla Juventus per aver trasformato una partita casalinga da dentro o fuori in un suicidio assistito.
Spalletti, post gara, ha scelto la via dell’uomo di mondo: «Partita pessima, mi metto in discussione». Che eleganza, che tempismo. Arriva dopo mesi di “stiamo crescendo”, di ottimismo da depliant turistico mentre la nave affondava con grazia. Crescita? Sì, costante, ma in discesa libera. Dopo aver salutato anche la Coppa Italia con la discrezione di chi esce dal retro, la squadra ha inanellato un campionato di alti inesistenti e bassi da record negativo. Idea di calcio moderna sulla lavagna, pantomima sul prato: pressing a singhiozzo, difesa da brividi, attacco evanescente.
La stagione bianconera merita di essere incorniciata con affetto velenoso. Mercato estivo gonfiato da annunci roboanti, giocatori presentati come salvatori della patria, discorsi da grande d’Europa. Poi la nuda realtà: Vlahovic, il centravanti da dodici milioni l’anno che però si materializza solo quando gli gira, fantasma nei match che puzzano di sudore e pressione. Yildiz, il talento su cui hanno scommesso il futuro, uscito in lacrime come se la maglia bianconera fosse un cilicio medievale troppo pesante per le sue spalle ancora tenere. Locatelli, capitano senza timone né equipaggio, Bremer muraglia che decide periodicamente di trasformarsi in porta girevole per non far sentire soli i compagni. Una banda di individualità discrete che, sommate, producono un collettivo molle, prevedibile, inadeguato. Contro le piccole ha sofferto le pene dell’inferno, contro chi arrancava ha trovato il modo raffinato di gettare la spugna.
E la Fiorentina? Merita applausi sinceri per questi novanta minuti, risate cattive per l’annata intera. Salvezza sudata all’ultimo, dopo aver regalato punti a mezzo campionato, dopo aver alternato lampi di discreto a serate da pura approssimazione. Proprio questa squadra ha tirato fuori contro la Juve l’organizzazione, la ferocia e l’intelligenza tattica che i bianconeri inseguivano da agosto senza mai raggiungerle. È come se avesse aspettato l’occasione perfetta per sbeffeggiare il blasone: «Caro stemma, oggi ti ricordo che non corri, non mordi e soprattutto non vinci». Ndour esultante, Mandragora che sigilla: scene da proiettare nelle riunioni di dirigenza torinese, tanto per far male sul serio.
La Juventus, con la sua storia pesantissima, i suoi investimenti, i suoi comunicati da impero in declino, che fallisce l’obiettivo minimo contro una formazione reduce da patemi da salvezza. È grottesco. È come una Ferrari che si fa umiliare da una vecchia Fiat Panda in un sorpasso in autostrada: tecnicamente possibile solo se al volante c’è qualcuno ubriaco di presunzione e di retorica. La dirigenza ha blaterato per mesi di progetto, sostenibilità, futuro radioso. Parole che oggi suonano come barzellette raccontate al funerale di un’ambizione morta da tempo. Un sesto posto che sa di retrocessione morale, di declassamento silenzioso, di estate rovente fatta di autocritiche di circostanza e reset annunciati.
I tifosi lo hanno capito da tempo, eccome. Lo Stadium, un tempo fortino temuto, è diventato megafono di fischi sacrosanti e proteste lucide. Non isteria da social: frustrazione di chi paga abbonamenti salati per assistere alla trasformazione di una grande in qualcosa di ordinario, di lento, di spaventosamente molle. La proprietà recita ancora il mantra della pazienza strategica. Frasi vuote quanto le promesse di un venditore di fumo.
Resta il derby contro il Torino, ultima formalità di un’agonia già certificata. Classifica che ride beffarda: Milan e Roma avanti, Como in agguato come sciacallo affamato. Servirebbe un miracolo matematico per agguantare la Champions. Confidare in quello dopo questa stagione è roba da dirigenti in campagna d’immagine o da tifosi masochisti patentati. Questa sconfitta non è un incidente. È il sigillo, la pietra tombale, il riassunto perfetto di nove mesi di illusioni vendute a rate.
Spalletti resterà? Si cambia tutto in estate? Domande pittoresche. Il vero quesito, cattivo e onesto, è un altro: questa Juventus che cos’è diventata? Un club ancora capace di competere con i top europei o una nobile decaduta che si traveste da grande solo per le foto di rito e i comunicati stampa? Le risorse ci sono, la storia pure. Manca – e in dosi industriali – spina dorsale, continuità, ferocia e quella sana, brutale cattiveria che ieri, proprio ieri, ha esibito la Fiorentina, la salvata dell’ultima ora.
La Fiorentina ha vinto con merito, giocando con la leggerezza spietata di chi ha poco da perdere. La Juventus ha perso da sola, con una prestazione che ha condensato in novanta minuti tutti i limiti, le presunzioni e le inadeguatezze accumulate. L’Allianz ha ospitato un funerale in diretta: ambizioni seppellite sotto due gol firmati da chi, sulla carta, non avrebbe dovuto creare nemmeno un problema.
Il calcio è un genio crudele. A volte la bastonata più raffinata e dolorosa arriva proprio da chi doveva essere inferiore, da chi fino a sette giorni prima tremava per la permanenza in Serie A. E stavolta è arrivata dritta in faccia, senza anestesia, con accento fiorentino e sarcasmo tagliente come un rasoio. A Torino, mentre cala il buio su questa stagione insufficiente, resta solo una domanda che brucia: quanto ancora si può fingere che vada tutto bene prima che il ridicolo diventi insostenibile?
