Niente fuochi d’artificio, niente gol, niente emozioni. Solo novanta minuti di possesso sterile, cross imprecisi e un Genoa che ha fatto il Genoa: barricato, pragmatico, con la serenità di chi ha già archiviato la pratica. La Fiorentina, quindicesima in classifica con un bottino da retrocessione fino a poche settimane fa, ha strappato il punticino che serviva come l’ossigeno a un asmatico in salita. Fischi sonori al triplice fischio, perché anche la salvezza, quando arriva così, sa di elemosina. E la viola di quest’anno ha elemosinato parecchio.
Paolo Vanoli, traghettatore chiamato a novembre dopo il disastroso interregno Pioli, ha assistito impassibile a una prestazione che riassume in novanta minuti l’intera annata: poca corsa, zero incisività, un’idea tattica vaga come le previsioni del tempo a Firenze a maggio. La squadra ha chiuso con un possesso superiore ma senza mai rendersi davvero pericolosa. Tiri nello specchio contati sulle dita di una mano guantata, fraseggio lento, transizioni approssimative. Il Genoa, quattordicesimo e già con l’anima in vacanza, ha giocato a non prenderle e ci è riuscito alla perfezione. Risultato: un punto che vale la permanenza in Serie A, ma che non cancella i mesi di sofferenza, gli investimenti estivi finiti in un buco nero e una piazza che ha dovuto accontentarsi di sopravvivere dopo aver sognato, ancora una volta, qualcosa di diverso.
La dirigenza Commisso-Pradé ha speso oltre novanta milioni l’estate scorsa per rinforzare una rosa che l’anno prima aveva chiuso al sesto posto. Risultato? Un inizio da record negativo, zero vittorie nelle prime dieci giornate, esonero di Pioli, cambio in corsa e una risalita faticosa, sudata, priva di qualsiasi slancio estetico. Questa Fiorentina ha navigato tra infortuni, prestazioni opache e un’identità tattica che cambiava più spesso del vento sull’Arno. La salvezza arriva ora, con due turni d’anticipo, ma ha il sapore di un verdetto di tribunale: giusto tecnicamente, umiliante nella sostanza.
Veniamo alla rosa, perché la precisione impone di chiamare per nome e cognome i responsabili di questo campionato da incubo. In porta David de Gea ha retto con dignità da veterano, ma dietro di lui la difesa ha mostrato crepe sistematiche. Dodô, sulla destra, ha alternato spunti offensivi a disattenzioni difensive che hanno fatto rimpiangere la versione scintillante delle stagioni precedenti. Robin Gosens, arrivato con l’etichetta di esperienza internazionale, ha perso colpi fisicamente e tatticamente, faticando a tenere le marcature e a incidere in fase di spinta. Al centro Luca Ranieri e Pietro Comuzzo hanno vissuto un’annata di alti e bassi: il secondo, reduce da una stagione da rivelazione, ha faticato a confermarsi, pagando dazio a errori di posizionamento e cali di concentrazione. Marin Pongračić ha portato fisicità ma poca costruzione dal basso.
A centrocampo Rolando Mandragora ha vissuto l’ennesima stagione da “quasi”, tra buoni recuperi e limiti nella rifinitura. Marco Brescianini ha portato energie fresche da gennaio, ma non è bastato a colmare il gap di qualità. Nicolò Fagioli, arrivato con fanfare dalla Juventus, ha deluso le attese: talento evidente ma continuità zero, giocate a intermittenza e una tendenza a spegnersi nelle partite sporche. Simon Sohm, prelevato dal Parma, è stato uno dei grandi flop: poco minutaggio, impatto nullo, un acquisto che pesa sul bilancio senza pesare sul campo.
In attacco il capitolo è doloroso. Albert Gudmundsson, riscattato a peso d’oro dal Genoa, ha incarnato il prototipo del talento sprecato: dribbling a singhiozzo, gol a sprazzi (molti su rigore), atteggiamento che ha fatto storcere il naso a più di un compagno. Un investimento importante trasformato in rimpianto. Moise Kean ha alternato lampi di classe purissima a lunghissime eclissi: fisico da top player, ma testa e continuità da giocatore da rotazione. Roberto Piccoli, pagato 25 milioni dal Cagliari, ha deluso clamorosamente: un solo gol in campionato fino a poche settimane fa, movimenti lenti, scarso feeling con i compagni. Jacopo Fazzini e altri innesti di gennaio hanno tamponato ma non rivoluzionato.
Questa è la rosa che ha rischiato il baratro: piena di individualità quasi buone ma priva di un’anima collettiva, di un’idea di gioco chiara, di quella ferocia che separa le squadre salve per caso da quelle competitive per convinzione. Paratici, arrivato in corsa, dovrà fare piazza pulita con chirurgica precisione. Gudmundsson, Piccoli, Pongračić e forse Gosens sono destinati alla cessione: partenze necessarie per finanziare un restyling profondo. Kean potrebbe partire se arrivasse un’offerta congrua, mentre Comuzzo e Fagioli potrebbero merutare un’ultima chance solo a patto di un netto cambio di passo. Servono innesti mirati: un regista di qualità, un terzino affidabile, una punta mobile e cattiva.
E qui si apre il capitolo più intrigante: chi guiderà questa Fiorentina depurata e (si spera) ringiovanita? Vanoli ha fatto il pompiere con onestà intellettuale, ha portato ordine e ha centrato l’obiettivo salvezza. Ma la sua permanenza appare improbabile. La proprietà guarda più in alto, o almeno ci prova.
Fabio Grosso resta il favorito: Sassuolo lo ha rilanciato come tecnico pragmatico, capace di valorizzare giovani e di imporre un’identità senza isterismi. Un profilo low-profile ma concreto, gradito a Paratici. Maurizio Sarri sarebbe il colpo da copertina: bel gioco, possesso ossessivo, 4-3-3 riconoscibile. Ma anche rischi noti – friabilità del rapporto con lo spogliatoio, pretese tattiche elevate, costo elevato. Thiago Motta, fresco di esperienza juventina, è l’ultima carta emersa: idee moderne, gestione del gruppo interessante, ma reduce da un’esperienza complicata. Altri nomi come Fabio Pecchia e Kosta Runjaić restano sullo sfondo ma potrebbero diventare presto piste molto concrete.
La Fiorentina è un club che affascina per storia, per piazza, per potenziale. Ma è anche un club che da anni tradisce le proprie ambizioni con cambi di rotta continui, esoneri frettolosi e investimenti mal digeriti. La salvezza contro il Genoa è un sollievo aritmetico, non un punto d’arrivo. Serve ora un’estate di razionalità chirurgica: cessioni mirate, acquisti funzionali a un progetto chiaro, un allenatore con mandato lungo almeno biennale.
Perché i tifosi viola non meritano l’ennesima stagione di alti e bassi da montagne russe. Fischiano perché pretendono, contestano perché amano una maglia che, in troppe occasioni quest’anno, è stata indossata senza la necessaria ferocia. La matematica ha concesso la permanenza. Ora tocca alla dirigenza e alla squadra dimostrare che questa Fiorentina può smettere di sopravvivere e ricominciare a pretendere. Altrimenti, tra dodici mesi, saremo qui a raccontare l’ennesima, identica, deludente storia. E stavolta niente servirà a salvarla.

