All’Olimpico, sotto una luce che ha illuminato senza pietà ogni passo falso, la Fiorentina ha consegnato una prestazione da antologia del ridicolo calcistico. Roma 4, Fiorentina 0. Non una partita, ma un atto di autocancellazione volontaria, una genuflessione collettiva davanti a una Roma che, pur con i suoi limiti, aveva qualcosa da inseguire. I viola, invece, hanno giocato come se avessero già firmato il contratto per la prossima stagione in una lega parallela fatta di tornei estivi e amichevoli a pagamento.
La Cremonese, povera illusa, aveva provato a rendere tutto più semplice cadendo in casa contro la Lazio con un gol nel recupero. Risultato? Nove punti di distacco trasformati in una condanna per i grigiorossi e in una comoda poltrona per i toscani. La Fiorentina è salva perché altri hanno perso. Che bellezza. Che sport. Che ironia feroce del destino, che punisce chi ci crede ancora e premia chi ha smesso di fingere interesse da settimane. La squadra viola si è presentata nella Capitale con l’atteggiamento di un impiegato statale all’ultimo giorno prima della pensione: presente fisicamente, mentalmente già in spiaggia. Primi venti minuti e la pratica era già archiviata. Centrocampo evaporato, difesa trasformata in un set cinematografico per cross romanisti, attacco ridotto a comparse pagate per stare in campo senza disturbare. Mancini ha incornato di testa su corner come se stesse segnando contro una selezione parrocchiale. Gli altri gol sono arrivati con la naturalezza con cui il sole tramonta: inevitabili, quasi noiosi per chi li subiva.Che godimento per gli occhi, davvero. Undici tesserati che perdono contrasti come se il regolamento non lo vietasse, che sbagliano passaggi da scuola calcio, che si guardano attorno con l’espressione smarrita di chi si è perso nel tragitto dall’hotel allo stadio. Il pressing? Un concetto astratto, roba da filosofi o da squadre che ancora sudano per obiettivi concreti. Le linee? Disallineate come i conti di una società in rosso cronico. La cattiveria? Sepolta sotto quintali di sufficienza, di “tanto oramai” e di stipendi già incassati.Questa non è una sconfitta. È una dichiarazione programmatica: noi, Fiorentina, abbiamo deciso di smettere di lottare. Una figuraccia talmente pura, talmente cristallina, da meritare un posto nel museo delle umiliazioni calcistiche italiane, accanto ad altre perle di inettitudine targate Serie A. I viola hanno regalato spazi larghi come viali di periferia, hanno concesso conclusioni comode come pantofole casalinghe, hanno evitato il pericolo con la stessa dedizione con cui un vampiro evita l’aglio.E il bello deve ancora venire. Mentre la Roma correva, sudava, i viola camminavano. Camminavano. Con la leggerezza di chi sa che, qualunque cosa accada, la B è un incubo destinato ad altri. Nove punti di vantaggio fanno miracoli sull’umore, evidentemente. Trasformano calciatori potenzialmente decenti in ectoplasmi, trasformano una trasferta contro una rivale storica in una gita fuori porta con pranzo incluso. Zero tiri nello specchio degni di nota. Zero reazioni dopo lo 0-2, dopo lo 0-3, dopo lo 0-4. Solo spalle curve, sguardi bassi, passi da funerale.
Ci dobbiamo accontentare della realtà nuda: una squadra che ha mollato la presa da tempo, un allenatore (o chi per lui) costretto a gestire un gruppo di reduci demotivati, una dirigenza che ha costruito un castello di carte ora crollato con eleganza sotto i riflettori dell’Olimpico.Il paradosso è delizioso nella sua crudeltà. La Fiorentina prende quattro gol senza reagire, offre una prestazione da retrocessione conclamata, e proprio in quel momento la matematica le sorride beffarda. Salva. Salva grazie alla Cremonese che, con la solita generosità da neopromossa condannata, ha perso l’ennesima partita. È come essere bocciati all’esame di guida e scoprire che la Motorizzazione ha deciso di promuoverti per pietà. Umiliante. Comodo. Tipicamente italiano.Guardateli uno per uno, questi eroi viola. Centrocampisti lenti come decrepite diligenze, difensori spaventati dal proprio riflesso nello specchio, attaccanti in sciopero bianco permanente. Giocatori che, fino a poche settimane fa, occasionalmente producevano sprazzi di qualità, oggi ridotti a macchiette di se stessi. Un collettivo senza nerbo, senza idee, senza quel minimo di orgoglio che dovrebbe essere scritto nel contratto a caratteri cubitali. A Firenze, città che ha dato i natali a chi non si accontenta mai, una prestazione del genere è peggio di una coltellata. È un affronto culturale prima ancora che sportivo.Il tecnico di turno ha provato a motivare, a scuotere, a inventare. Inutile. Quando la testa è già in vacanza, le gambe eseguono solo l’ordine di non farsi male. Risultato: una squadra che al 4-0 incassato non ha trovato nemmeno la forza per una reazione di nervi. Solo rassegnazione. Solo accettazione serena della propria irrilevanza momentanea. Uno spettacolo che farebbe impallidire anche i più cinici osservatori.Eppure il calcio, nella sua infinita capacità di prenderti per i fondelli, ha deciso che questa Fiorentina merita la permanenza in A. Tre partite residue contro Genoa, Juve e Atalanta. Un misero punticino e la pratica sarà archiviata. Salvi. Matematicamente salvi dopo aver regalato alla Roma una passeggiata di salute. Salvi grazie ad altri. Salvi con la faccia da schiaffi stampata sui giornali di tutta Italia.La dirigenza dovrà fare i conti con una piazza giustamente furibonda. Gli abbonati, che hanno pagato per vedere ben altro, pretenderanno risposte. I giocatori protagonisti di questa ennesima capitolazione dovranno convivere con il ricordo di una serata in cui hanno scelto la via più comoda: quella della resa anticipata. Perché perdere si può. Ma perdere 4-0 con quell’aria da “tanto ci salviamo lo stesso” è un marchio che non se ne va con una doccia calda o con un comunicato di circostanza.Questa Fiorentina è l’emblema perfetto di una stagione trascorsa tra alti troppo bassi e bassi troppo frequenti. Un club che ha alternato momenti di decenza a serate di pura apatia, trasformando il blasone viola in qualcosa di sbiadito, quasi irriconoscibile. La Roma ha giocato per un obiettivo. La Fiorentina ha giocato per far passare il tempo. La differenza si è vista tutta, e si è materializzata in quattro reti senza appello.Ora resta solo da chiudere la baracca con un minimo di decenza. Racimolare quel punticino, certificare la salvezza e prepararsi a un’estate di riflessioni profonde. Perché serate come quella dell’Olimpico non si cancellano. Restano. Bruciano. Ricordano a tutti che nel calcio non basta esserci. Bisogna anche voler esserci. Con le vene gonfie, con i polmoni in fiamme, con la dignità intatta.La Fiorentina è salva. Complimenti. Ma con che faccia? Con la faccia di chi ha passeggiato all’Olimpico mentre altri correvano. Con la faccia di chi ha preferito la sufficienza alla battaglia, anche quando la battaglia serviva solo a salvare l’onore. Un onore che è rimasto steso sul prato dell’Olimpico, calpestato dai tacchetti romanisti e ignorato da undici viola troppo impegnati a non impegnarsi. Che Fiorentina, roba da non credere. Un capolavoro di mediocrità così sublime e imperdibile nella sua penosa grandezza da meritare quasi una standing ovation… al contrario.
