C’era una volta un’Inter che spaventava l’Europa. Poi quella fiaba si è trasformata in una barzelletta raccontata male, con la battuta finale che fa ridere solo i tifosi del Club Brugge e chiunque non abbia mai messo piede a Milano Nord. Risultato finale: Inter 3, Club Brugge 4. Sette gol, un cappello da mago per un certo Nicolò Tresoldi, un portiere nerazzurro che sembrava aver scambiato i guanti con un salumiere, una difesa che difendeva come un gruppo di scout al primo campo, e Cristian Chivu in panchina a cercare di capire se stava allenando i campioni d’Italia o una selezione di pensionati in gita a Bruges.
Partiamo dall’inizio, perché anche le umiliazioni hanno una cronologia, e questa merita di essere scolpita nel marmo delle figuracce interiste. Trentasettemila e passa anime al Meazza per assistere alla prima casalinga di Champions della gestione Chivu. La fase a gironi è finita, viva la league phase a 36 squadre, dove pure il club belga di seconda fascia può venire a Milano e andarsene con tre punti e il pallone del match sottobraccio. Tresoldi, italiano di nascita, tedesco di passaporto Under 21, 22 anni e un’aria da ragazzo che fino a ieri tirava i calci al pallone al parchetto, ha fatto tripletta. Tripletta. A San Siro. Contro l’Inter. Una cosa che, se l’avessero raccontata dieci anni fa, ti avrebbero preso per ubriaco o per tifoso milanista in vena di allucinazioni.
Il primo gol arriva al 30’. Hakan Çalhanoğlu, quello che dovrebbe essere il regista, il leader, l’uomo dei calci di punizione e delle letture tattiche, commette fallo su Carlos Forbs. Rigore. Tresoldi dal dischetto non sbaglia. 0-1. Il Meazza mormora. Non fischia ancora, perché è troppo presto per l’indignazione totale, e poi c’è sempre la speranza che Lautaro, il Toro, il capitano, il goleador, sistemerà tutto. E infatti sistemerà, ma solo per un attimo. Al 44’ Dimarco, uno dei pochi che ancora sembra ricordarsi come si calcia un pallone in avanti con criterio, mette una palla filtrante, Thuram partecipa alla festa, Lautaro si gira e mette dentro. 1-1.
L’illusione del vantaggio
Applausi, fischi di sollievo, qualcuno che già pensa “adesso li mangiamo”.
Ah, l’ottimismo interista. Quella malattia cronica che ti fa credere che, dopo aver sbagliato tutto per un’ora, magicamente arriverà la svolta. Arriva invece la seconda parte, e con essa la dimostrazione che l’Inter di Chivu in Europa è un colabrodo con ambizioni da supercoppa.
Al 63’ accade qualcosa che dovrebbe far chiudere il settore giovanile e riaprire un corso di elementari di calcio per i professionisti. Josep Martínez, il portiere, quello che dovrebbe essere l’ultima linea, esce come se stesse andando a prendere il caffè. Forbs gli passa la palla tra le gambe (sì, tra le gambe, non è un eufemismo), Tresoldi trova la porta vuota e fa 1-2. Un pasticcio da prima divisione belga, e non è un complimento. Poi, al 74’, lo stesso Tresoldi completa la tripletta. Un cross, un tiro di Forbs parato alla meno peggio, e il ragazzo belga (italiano, tedesco, quanti passaporti vuoi) è più furbo, più veloce, più presente di tutta la retroguardia nerazzurra messa insieme. 1-3. San Siro inizia a fischiare sul serio. Non è rabbia, è disgusto. È quella sensazione di quando paghi 80 euro il biglietto e ti ritrovi a guardare un film dell’orrore amatoriale.
Lautaro, santo subito, al 81’ riporta l’Inter a -1. Un altro gol di ripiego, di ribattuta, di istinto. 2-3. C’è ancora speranza, gridano i più irriducibili. E infatti c’è, ma è la speranza dei tifosi del Brugge di fare poker. Al 87’ Vermant, entrato fresco, riceve un filtrante di Forbs (che stasera ha giocato come se fosse Inzaghi nei suoi giorni migliori) e segna il 2-4. Contropiede da manuale, difesa interista allungata come un elastico rotto, spazi che sembravano autostrade aperte di notte. E poi, nel recupero, Bonny – quello che doveva essere il futuro, il rincalzo di qualità – fa 3-4 con una conclusione personale.
Il gol che serve solo al tabellone
Bel gol, peccato che serva solo a rendere il tabellone meno umiliante e a permettere ai cronisti di scrivere “partita spettacolare” invece di “disastro totale”.
Partita spettacolare, dicono. Sì, come è spettacolare un incidente stradale in autostrada: tanto movimento, tanto rumore, tanto sangue (metaforico, per carità), e alla fine resti lì a guardare i rottami. L’Inter ha prodotto occasioni a iosa, xG da squadra che dovrebbe vincere 5-0, Thuram e Lautaro che si sono inventati di tutto, Dimarco che ha corso quanto tre. Ma la difesa? Akanji, Bastoni, Bisseck: nomi altisonanti, prestazioni da serie C. Ogni volta che il Brugge partiva in contropiede, sembrava di vedere i nerazzurri che giocavano a “acchiapparella” al parco giochi. E il centrocampo? Barella ha corso, Çalhanoğlu ha provocato il rigore concesso, Zieliński ha fatto il Zieliński, cioè ha tentato di far sembrare elegante ciò che era confusione.
E Chivu? Il tecnico, l’ex bandiera, l’uomo scelto per dare continuità dopo Inzaghi. Continuità di cosa, di figuracce europee? Dopo la sconfitta al Bernabeu contro il Real di Mourinho (2-1, ma almeno c’era dignità), questa è la seconda in due giornate. Zero punti. Ventottesimo posto nella classifica della league phase. Quattro sconfitte consecutive in Champions se contiamo la coda della scorsa stagione. Sette sulle ultime otto. Numeri da squadra che lotta per non finire in Conference, non da candidata allo scudetto e alle semifinali europee. Chivu dopo la gara ha parlato di “cose da rivalutare”, di “equilibrio”, di “distanze”. Parole sante. Rivalutate pure il concetto di “pressing alto” quando non hai le gambe per recuperare, rivalutate l’idea di lasciare metri quadrati alle spalle della difesa come se foste in amichevole estiva, rivalutate il portiere che esce come un turista che ha perso la strada per il Duomo.
Ma non è solo Chivu. È il sistema. È l’Inter che in Serie A domina (o almeno finge di dominare), poi in Europa si trasforma in una squadra che sembra non aver mai visto un contropiede in vita sua.
Colpe in giacca e cravatta
È la dirigenza che compra, vende, ruota, e poi si ritrova con un organico che a casa vince e fuori casa (e a casa contro i belgi) collassa. E Sommer a guardare, l’ex portiere che sa cosa significa subire gol al Meazza ma almeno lo faceva con classe. È la mentalità di chi crede che bastino i nomi e lo stemma per far paura. Il Club Brugge, squadra rispettabile, campione del Belgio, ma non certo il Bayern o il City, è venuto a Milano e ha fatto la voce grossa. Ha sfruttato ogni errore, ha corso di più, ha avuto più fame. Tresoldi se n’è andato con il pallone del match, e fa bene: se lo merita. L’Inter se n’è andata con un’altra lezione di umiltà, e non è detto che la impari.
La tragedia è che questa non è un’anomalia. È il pattern. In Europa l’Inter degli ultimi anni ha avuto luci (due finali in tre anni) e tante ombre. Ora le ombre sono diventate una notte fonda. Contro il Brugge hanno creato, hanno attaccato, hanno pure segnato tre gol, eppure hanno perso. Perché quando difendi così, quando sbagli i tempi di uscita, quando lasci Forbs e Tresoldi liberi di fare il bello e il cattivo tempo, i gol fatti servono solo a rendere la sconfitta più dolorosa. È la differenza tra perdere 1-0 e perdere 4-3: nel secondo caso hai la dimostrazione che potevi vincere, ma hai preferito regalare.
E adesso? Prossimo turno a casa contro lo Shakhtar. Un’altra “partita da non sbagliare”. Quante ne abbiamo sentite, di partite da non sbagliare? Poi le sbagli, e vai avanti a forza di “adesso ci concentriamo”, “lavoriamo”, “siamo una grande squadra”. Grande squadra sì, ma in Italia. In Europa, al momento, siete quelli che regalano hat-trick a ragazzini che fino a ieri non conosceva nessuno. Tresoldi oggi lo conoscono tutti. L’Inter, invece, rischia di essere ricordata per questa notte come la squadra che ha trasformato il San Siro in un set per il film “Come farsi umiliare in casa propria in sette semplici passi”.
“È solo una partita”
C’è chi dirà che è solo una partita, che la Champions è lunga, che i punti si recuperano. Certo. Come si recuperano la dignità, la concretezza, la capacità di non trasformare ogni errore in un gol subìto. Chivu ha il tempo e i giocatori per raddrizzare la rotta. Ma se continua così, se la difesa resta un colabrodo e la mentalità europea resta quella del “tanto poi segnamo”, allora preparatevi a una stagione di rammarichi e di “potevamo fare di più”. Di “potevamo” il calcio italiano è pieno. Di “abbiamo fatto” un po’ meno, soprattutto quando di fronte hai un Club Brugge che ti tratta da pari (e a volte da inferiore) nel tuo tempio.
Il Meazza ha fischiato, ha applaudito i gol, ha sperato fino all’ultimo. Poi ha visto Vermant segnare il quarto e ha capito. Ha capito che stasera non c’era l’Inter dei grandi notti europee. C’era un’Inter fragile, distratta, capace di creare e incapace di chiudere. Un’Inter che ha regalato a Tresoldi la serata della vita e ai tifosi del Brugge un ricordo da raccontare ai nipoti. “Ricordate quando andammo a Milano e facemmo 4-3?”. Sì, lo ricorderanno. E all’Inter resterà il compito di spiegare come diavolo sia potuto succedere. Anzi, non spiegare: rimediare. Perché di scuse, dopo una notte del genere, non se ne possono più sentire.
E mentre i belgi festeggiano, mentre Tresoldi alza il pallone e i suoi compagni ballano, a Milano resta il silenzio di chi ha visto troppo. Troppi errori, troppa superficialità, troppa distanza tra ciò che l’Inter pensa di essere e ciò che ha mostrato. Tre a quattro. Un risultato che fa male. Un risultato che, con l’ironia della sorte, arriva proprio quando qualcuno sperava in una reazione. Invece è arrivata la conferma: in Europa, al momento, questa Inter è ancora da costruire. O da ricostruire. E i mattoni, stasera, li ha portati via il Club Brugge. Con tanto di scontrino.

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