Celta Vigo 1, Juventus 2. Hugo Álvarez al 18′, Woltemade al 58′, Kolo Muani al 92′. Una vittoria in extremis, sudata, rattoppata, raccolta da terra come una moneta caduta sotto il tavolo di un bar di Vigo. Non una prova di forza. Una prova di sopravvivenza. E a Torino, stasera, la chiameranno carattere: perché quando non si può parlare di gioco, si parla sempre di carattere.
Intendiamoci: i tre punti sono veri, la classifica pure. La Juventus dopo due giornate di Europa League viaggia a punteggio pieno, e nessuno potrà toglierglielo. Ma il punteggio pieno, a volte, è come il frigorifero pieno di uno studente fuorisede: impressiona chi apre la porta, poi guardi meglio e trovi solo avanzi. Il Balaídos non è il Bernabéu, il Celta di Giráldez non è il Real Madrid, e per un tempo intero la Signora ha giocato come se lo fosse. Timida, impacciata, rispettosa. Quasi educata. Il blasone, si sa, pesa più nelle conferenze stampa che sui campi bagnati della Galizia.
La partita?
La partita, per quarantacinque minuti, è stata del Celta. Non una dominazione da manuale – il Celta non è squadra da manuale – ma una superiorità di idee, di gambe e soprattutto di convinzione. Al 18′ Javi Rueda entra in area, Swedberg alza la testa e trova Hugo Álvarez solo, solissimo, abbandonato dalla difesa bianconera come un ombrello dimenticato in treno. Gol semplice, quasi offensivo nella sua facilità. Uno a zero, e la sensazione che il risultato fosse persino generoso con gli ospiti.
La Juventus del primo tempo? Una squadra che passava il pallone come si passa un documento compromettente in ufficio: velocemente, a chi sta accanto, sperando che la responsabilità finisca a qualcun altro. Il 3-4-2-1 di Spalletti, sulla carta, prometteva ampiezza e trame. In campo produceva soprattutto passaggi orizzontali e sguardi perplessi. Conceição provava a inventare, Alajbegovic provava a capire, Woltemade provava a farsi trovare. Provavano tutti. Riuscivano in pochi.
E poi c’è il 40′. Vicario rinvia, la palla rimbalza e arriva a Woltemade, solo, con lo spazio e il tempo che un centravanti sogna la notte. Sbaglia. Non di poco, non di sfortuna: sbaglia e basta, con la naturalezza di chi ancora non ha deciso se sia un attaccante da Juventus o un attaccante e basta. Fine primo tempo: Celta avanti, Juve nei pensieri, Spalletti con le braccia conserte e la fronte di chi ha già scritto mentalmente il discorso dell’intervallo.
Spalletti e l’intervallo
Bisogna dargliene atto: il secondo tempo è un’altra cosa. Non un’altra squadra – sarebbe troppo – ma un’altra temperatura. La Juve alza il baricentro, accorcia, aggredisce. Al 52′ Conceição si presenta davanti a Radu e trova un portiere in serata: doppia parata, prima istinto e poi riflesso, la clip che il Celta manderà in loop sui social. È il segnale che qualcosa è cambiato. Non tanto nel gioco, quanto nell’atteggiamento: la Signora ha smesso di chiedere permesso.
Spalletti, che di calcio ne sa molto e di retorica anche di più, stasera ha avuto il merito più antico del mestiere: capire che la sua squadra stava perdendo e intervenire prima che fosse troppo tardi. Al 64′ fuori Conceição e Alajbegovic, dentro Nico Gonzalez e Kolo Muani. Al 70′ rivoluzione dietro: fuori Gatti e Kelly, dentro Bremer e Lucumì. All’82’ Douglas Luiz per Koopmeiners. Cambi da allenatore che non ha paura di ammettere che la formazione iniziale non funzionava. Una rarità, di questi tempi. Quasi un atto di umiltà. Quasi.
Perché il punto, e qui la festa si fa più sobria, è un altro: una squadra che per vincere a Vigo deve ribaltare se stessa all’intervallo e cambiare mezza difesa a venti minuti dalla fine non è una squadra guarita. È una squadra in terapia. Spalletti stasera respira, e ne ha tutto il diritto. Ma i problemi restano lì, ordinati come il bucato steso: un primo tempo regalato, un centrocampo che fatica a dare ritmo, una fase difensiva che sul gol di Álvarez sembrava la fila alle poste di un lunedì mattina.
Woltemade e Kolo, i salvatori per caso
Al 58′ arriva il pareggio. Koopmeiners lancia lungo, un cross senza troppe pretese, il tipo di pallone che un difensore esperto controlla anche a occhi chiusi. Marcos Alonso, però, stasera gli occhi li ha tenuti chiusi davvero: stop di petto goffo, maldestro, un controllo che sembra un passaggio smarcante per l’avversario. Woltemade non si fa pregare e di destro al volo la mette dentro. Uno a uno. Il centravanti che al 40′ aveva sbagliato l’impossibile segna il difficile. Il calcio, si sa, è un grande sceneggiatore con un pessimo senso della misura.
Il Celta non crolla, va detto. Al 65′ Rueda sfiora il nuovo vantaggio, e per qualche minuto il Balaídos ci crede. Poi il match si sfilaccia, si allunga, diventa una di quelle partite di fine ottobre in cui ogni pallone pesa il doppio. All’88’ Nico Gonzalez – entrato per accendere qualcosa – disegna un tiro a giro che esce di un soffio. Sembra l’ultimo sussulto, l’epitaffio perfetto per un pareggio onesto.
E invece al 92′ Cambiaso crossa dalla sinistra, Marcos Alonso si riaddormenta – stessa sceneggiatura, stesso protagonista, stessa sciagura – e Kolo Muani di testa, da due passi, firma l’uno a due. Gol del sorpasso, gol del respiro, gol che salverà mille titoli di giornale. Kolo Muani, entrato al 64′, diventa l’eroe della notte con un colpo di testa da distanza ravvicinata. Non un capolavoro. Un appoggio. Ma nel calcio i capolavori si dimenticano e gli appoggi al 92′ si incorniciano.
Marcos Alonso, il migliore in campo (per la Juve)
Se esistesse un premio per il miglior giocatore bianconero non tesserato dalla Juventus, stasera andrebbe senza discussioni a Marcos Alonso. Due gol subiti, due errori suoi. Il primo uno stop di petto da oratorio, il secondo una marcatura da passeggiata domenicale. Un veterano di mille battaglie, campione d’Europa e d’Inghilterra, che nella notte più importante della stagione del Celta decide di trasformarsi nel miglior assist-man avversario. Giráldez, a fine gara, avrà molte cose da rivedere. La prima ha il numero e il cognome stampati sulla schiena.
Ed è qui che il racconto juventino scricchiola. Perché stasera la Signora non ha vinto: è stato il Celta a perdere. Due regali, due gol. Senza quei due errori, staremmo parlando di una sconfitta in Galizia, di un primo tempo imbarazzante, di un allenatore sotto pressione. Invece si parlerà di «carattere», di «squadra che non molla mai», di «DNA». Il DNA, quella parola magica che nel calcio italiano serve a spiegare tutto ciò che non si sa spiegare. Il gioco non c’è? DNA. Si vince al 92′ per un errore altrui? DNA. Piove? Probabilmente anche quello è DNA.
L’Italia in Europa, tra macerie e sorprese
Il contesto, peraltro, rende questa vittoria più preziosa di quanto meriti. È stata una settimana europea da dimenticare per il calcio italiano: in Champions League hanno perso Inter, Napoli, Roma e Como. Quattro su quattro, un poker al contrario. In una settimana così, anche un 1-2 rattoppato a Vigo diventa una boccata d’ossigeno per il ranking e per l’orgoglio nazionale.
Ma la stessa sera, mentre la Juve sudava freddo in Galizia, a Salisburgo il Milan vinceva 0-4 con una tripletta di Cisse e una squadra piena di ragazzi. Il contrasto è stridente: da una parte il coraggio dei giovani, dall’altra il blasone che si aggrappa all’ultimo cross. Da una parte un club che sembra aver scelto una direzione, dall’altra uno che ancora la cerca a tentoni, cambiando difensori al 70′. E in Conference League l’Atalanta ha battuto il Pafos 3-1, con quella pragmatica normalità che ormai a Bergamo è diventata un’abitudine.
Tre vittorie italiane in una serata. Una di queste, però, ha bisogno di un asterisco. Non per regolamento, s’intende. Per onestà.
E la Fiorentina?
E la Fiorentina? La Fiorentina, stasera, l’Europa l’ha guardata dal divano. Come si guarda un film straniero senza sottotitoli: capendo le immagini, intuendo la trama, sentendosi esclusi dalla lingua. Il giovedì sera europeo, per anni casa nostra, è diventato una serata televisiva come un’altra. Un tempo eravamo noi a giocarci i gironi, a scrivere le notti di Conference, a inseguire finali sfuggite per un soffio. Oggi siamo spettatori. Pubblico pagante, con l’abbonamento alla piattaforma.
E fa un certo effetto vedere la Juventus vincere male e il Milan vincere bene, sapendo che noi non possiamo vincere né bene né male, semplicemente perché non giochiamo. La differenza tra chi c’è e chi non c’è non sta nella qualità della prestazione: sta nell’esserci. Si può essere brutti in Europa. Non si può essere assenti e pretendere di essere giudicati.
Da Firenze, del resto, la Juventus si guarda sempre con un occhio particolare. Non è antipatia – o meglio, non è solo antipatia – è la consapevolezza che il blasone, da quelle parti, copre tutto. Copre i primi tempi imbarazzanti, copre i centravanti che sbagliano da soli, copre le difese che si aprono come porte girevoli. Alla Fiorentina il blasone non copre niente: se giochi male, perdi; se perdi, ti criticano; se ti criticano, hanno ragione. Una forma di onestà involontaria, ma pur sempre onestà.
Domenica al Franchi arriva il Como, la squadra che in Champions le ha prese ma che in campionato fa paura a chiunque. Un’occasione per ricordarci che il nostro unico giovedì europeo, quest’anno, è quello che passiamo a scrivere articoli sugli altri. E che il modo migliore per tornare a giocarlo è vincere la domenica, non commentare il giovedì.
Il calcio è un genio crudele
Il calcio è un genio crudele: premia chi non merita e punisce chi sbaglia, che non sempre sono la stessa persona. Stasera ha premiato una Juventus timida per un tempo e rabbiosa per l’altro, e ha punito un Celta che per larghi tratti aveva giocato meglio, tradito dal suo uomo più esperto. Spalletti respira, Kolo Muani sorride, Woltemade si riscatta. Marcos Alonso, invece, farà fatica a dormire.
Applausi sinceri per la reazione della ripresa, per i cambi giusti, per la testardaggine. Risate cattive per il primo tempo, per il DNA, per il racconto che domani ci propineranno. Perché la domanda, quella vera, resta sospesa come un cross di Cambiaso al 92′: se basta un errore altrui per diventare grandi, quante volte ancora la Juventus potrà contare sulla distrazione del prossimo Marcos Alonso?
Tabellino (fonte: Sky TG24 / Eurosport)
Celta Vigo-Juventus 1-2 — Europa League, 2ª giornata fase campionato, Estadio Balaídos (Vigo), 15/10/2026
Marcatori: 18′ pt Hugo Álvarez (C); 13′ st Woltemade (J), 47′ st Kolo Muani (J)
Celta Vigo (3-4-3): Radu; Javi Rodríguez, Yoel Lago, Marcos Alonso; Javi Rueda (40′ st Álvaro Núñez), Moriba, Febas (30′ st Hugo Burcio), Carreira; Hugo Álvarez (40′ st Hugo González), Jutglà (30′ st Iago Aspas), Swedberg (17′ st Driouech). All. Giráldez
Juventus (3-4-2-1): Vicario; Kalulu, Gatti (25′ st Bremer), Kelly (25′ st Lucumì); McKennie, Koopmeiners (37′ st Douglas Luiz), Sarr, Cambiaso; Conceição (19′ st Nico González), Alajbegovic (19′ st Kolo Muani); Woltemade. All. Spalletti
Arbitro: Sander van der Eijk (Olanda)
Ammoniti: Swedberg, Kelly, Lucumì.

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