Fiorentina, l’arte di perdere con stile (e senza segnare) contro la Roma di Re Ranieri

La 35ª giornata di Serie A ha visto la Fiorentina recitare il suo ruolo preferito: quello della squadra che promette mari e monti, fa innamorare i tifosi, e poi li abbandona all’altare con un misero 1-0 incassato dalla Roma. Un gol di Artem Dovbyk al 45’+5’, una difesa viola che sembrava in gita al Colosseo, e un Claudio Ranieri che, a 73 anni, continua a dirigere la sua orchestra giallorossa con la calma di un monaco zen e l’astuzia di un generale romano. E mentre i tifosi gigliati si chiedono se sia più tragico il risultato o l’aver creduto per sei giornate di essere da Champions, Mile Svilar aggiunge un altro clean sheet alla sua collezione, ormai più ricca di un museo del Louvre.


Procediamo con calma. La Fiorentina di Raffaele Palladino si presenta all’Olimpico con il petto gonfio e l’ego di chi pensa di aver prenotato un tavolo al ristorante stellato della Serie A: sei partite senza sconfitte, quattro vittorie, due pareggi, e un attacco che nei primi 15 minuti sembra il David che si alza e segna (11 gol, primato assoluto). Peccato che dall’altra parte ci sia la Roma di Ranieri, un uomo che ha più vite di un gatto randagio, più esperienza di un’enciclopedia Britannica, e la capacità di trasformare una squadra di scarti in un fortino degno di Spartaco. Diciotto risultati utili consecutivi, una difesa che nel 2025 ha concesso meno gol di un monastero tibetano (nove, per i pignoli), e un Dovbyk che, anche quando non segna, fa tremare le gambe solo con un sopracciglio alzato.
Il primo tempo è una sinfonia romanista, con la Fiorentina che sembra aver lasciato l’anima a Siviglia, dopo la recente sconfitta in Conference League contro il Betis. I viola provano a pungere con Moise Kean, che corre come un levriero ma conclude come un poeta che scambia la porta per una nuvola, e Nicolò Zaniolo, che alterna lampi di genio (pochi o nulla) a momenti in cui sembra rimpiangere i kebab di Istanbul. La Roma, invece, gioca con la serenità di chi sa che il gol arriverà, come una multa per divieto di sosta. E infatti, al 45’+5’, ecco la catastrofe viola: cross di Angelino, difesa gigliata che si distrae come un gruppo di turisti persi a Trastevere (Pongracic e Pablo Marì, stavate cercando il Pantheon su Google Maps?), e Dovbyk che svetta di testa, infilando De Gea e mandando in visibilio i 63 mila dell’Olimpico. Uno a zero, e la Fiorentina che torna negli spogliatoi con l’espressione di chi ha appena scoperto che il Brunello di Montalcino è stato sostituito con del Tavernello.
Nel secondo tempo, Palladino prova a rianimare i suoi, buttando nella mischia una sfilza di trequartisti che sembra un provino per un circo di fantasisti. Dentro Gudmundsson, Beltrán, Colpani, Adli, Fagioli: praticamente una squadra di giocolieri, come se il piano fosse ipnotizzare la Roma con un’overdose di tocchi vellutati. E, a dirla tutta, i viola ci provano. Cinque tiri in porta, un assedio che farebbe invidia a un esercito di lanzichenecchi, un calcio di punizione di Gudmundsson che sembra un passaggio al chiosco dei panini, e un Adli che spara alto come se volesse abbattere un aereo di linea. Ma c’è un problema, un piccolo, insignificante dettaglio: Mile Svilar. Il portiere romanista, che ormai ha l’aura di un dio nordico sceso in terra, para tutto. Tiri, cross, speranze, promesse elettorali. Cinque interventi decisivi, e la Fiorentina che si ritrova a fare la figura di un pittore che dipinge un capolavoro su una tela bucata.
Ranieri, nel frattempo, è la quintessenza del “less is more”. La Roma si chiude come una cassaforte svizzera, con Mancini e Ndicka che sembrano due gladiatori pronti a difendere il Colosseo. Cristante e Koné si sacrificano in mezzo al campo come martiri, Soulé e Pellegrini si prendono un giallo per far respirare la squadra, e Dovbyk, dopo il gol, si limita a fare presenza scenica, come un cattivo di un film che non ha bisogno di parlare per incutere timore. Il finale è un’agonia per i viola: Pisilli stende Gudmundsson e si becca un cartellino, Kean protesta come se gli avessero rubato il portafoglio in Piazza della Signoria, ma il risultato non cambia. Uno a zero, diciannovesimo risultato utile consecutivo per la Roma, e la Fiorentina che torna a Firenze con un biglietto di sola andata per il pianeta delle occasioni sprecate.
La Fiorentina è come un film d’autore che vince il premio della critica ma fa sbadigliare il pubblico. Imbattuta da sei giornate, capace di segnare da fuori area come poche (nove gol, al pari di Roma e Atalanta), eppure maestra nell’arte di complicarsi la vita. Palladino, che pure ha dato un’anima a questa squadra, deve fare i conti con una difesa che in trasferta sembra un colabrodo e un attacco che, senza i primi 15 minuti, pare un’orchestra che suona senza spartito. La Roma, invece, è l’emblema del “fatti i fatti tuoi e vinci”. Ranieri ha preso una squadra in caduta libera a novembre, l’ha trasformata in una fortezza inespugnabile, e ora si gode 63 punti e un quarto posto che sa di miracolo profano. Svilar è un muro, Dovbyk un killer, e il resto della squadra segue il copione come un esercito di automi al servizio di un generale.
Ma torniamo ai viola, perché meritano un riflettore e un sottofondo di violini. Questa squadra ha tutto: talento, grinta, un allenatore che sembra un condottiero uscito da un affresco del Vasari. Eppure, ogni volta che si tratta di fare il grande salto, scivola su una buccia di banana. Contro la Roma, la Fiorentina ha avuto il possesso, le occasioni, l’ardore di chi vuole riscrivere la storia. Ma il calcio, non è un concorso di poesia. È una guerra di trincea, dove un errore difensivo ti manda al tappeto e un portiere in stato di grazia ti fa sembrare un dilettante. E la Roma, con quel suo cinismo che farebbe arrossire un usuraio, ha sfruttato l’unica distrazione viola per portare a casa i tre punti. Svilar, con le sue cinque parate, ha fatto il resto, trasformando l’Olimpico in un castello incantato dove i sogni gigliati vanno a morire.
Cosa resta, allora, alla Fiorentina? Un quarto posto che ormai è soltanto un miraggio come un’oasi nel deserto, una Conference League che sembra più il desiderio nascosto di un ragazzo che all’ennesima pinta di birra vede una bella ragazza al bar e spera di poterla invitare a salire a casa sua, e una tifoseria che, pur con tutto l’amore del mondo, comincia a sospettare che il tanto atteso Rinascimento calcistico sia stato rimandato al 2030. Palladino avrà il suo da fare per rimettere in sesto una squadra che ha il potenziale per volare ma la tendenza a schiantarsi come un aquilone in una tempesta. E la Roma? La Roma è Ranieri, un uomo che a 73 anni dimostra che il calcio non è una questione di età, ma di cervello. Con una rosa che non farebbe paura neanche in un’amichevole estiva, il tecnico testaccino ha costruito una squadra che sa soffrire, vincere e, soprattutto, non perdere. Diciannove risultati utili consecutivi non sono un colpo di fortuna, ma il frutto di un lavoro che sembra alchimia.
Per i tifosi viola, resta solo una magra consolazione: Firenze è sempre Firenze, e nessuna sconfitta potrà mai offuscare la sua bellezza. Ma il calcio, ahimè, non è un dipinto di Botticelli. È un’arena dove si vince o si perde, e la Fiorentina, per l’ennesima volta, ha scelto la seconda opzione. Magari la prossima volta andrà meglio. O magari no. In fondo, essere tifosi viola significa questo: amare, soffrire, e continuare a sperare, con un sorriso amaro e un bicchiere di Chianti in mano.

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