Spareggi Mondiali: Gattuso e l’Italia sull’orlo del baratro

È il marzo che non perdona, quello in cui l’Italia di Rino Gattuso scopre se il suo destino è ancora quello di fare da tappezzeria ai Mondiali o se, per una volta, riuscirà a infilare la porta giusta senza inciampare sullo zerbino. Dopo le due eliminazioni consecutive – Russia 2018, quando Ventura trasformò un girone in un funerale, e Qatar 2022, con la Macedonia che ci infilzò come un pollo allo spiedo – gli Azzurri si presentano agli spareggi con il curriculum di chi ha collezionato più “no” che trofei. Non c’è più spazio per le scuse da bar: il ct ha diramato i 28 nomi ufficiali e ora tocca a loro dimostrare che non sono solo un gruppo di talenti con il contachilometri taroccato e la testa piena di alibi. Perché qui non si gioca per la gloria da social, si gioca per non finire di nuovo sul divano a guardare gli altri mentre noi contiamo le figuracce.Gattuso lo sa, e il suo cipiglio da mediano convertito in stratega non lascia margini di errore. Ha scelto con precisione da notaio, senza regalare nulla a nessuno: 28 convocati che mescolano certezze, ritorni e scommesse. Gattuso ha diramato la lista ufficiale dei 28 convocati: un cocktail letale di certezze da Serie A, ritorni dal purgatorio inglese e scommesse giovanili con la faccia da «o la va o la spacca». Sulla carta sembra il cast di un kolossal di redenzione. Nella pratica, è la solita Nazionale che promette sangue e poi consegna sudore annacquato.La squadra in toto, è un corpo fisicamente decente ma con una psiche che fa acqua da tutte le parti. Muscoli? Pronti, oliati da una stagione di club senza stragi di infortuni: polmoni da Premier, gambe da maratoneta, intensità che tiene oltre il 70’. Zero alibi da acciacco, zero da invocare. La testa, invece, è il solito dramma: due mondiali saltati di fila hanno lasciato cicatrici più profonde di un tackle di Gattuso ai tempi d’oro, un misto di complesso di inferiorità da «ex grandi» e terrore paralizzante di fare il tris delle figuracce. È un gruppo che sa mordere in allenamento e poi, quando si accende la luce dello stadio, rischia di trasformarsi in un gattino spaesato. Gattuso, con quel ringhio da mediano che non ha mai perso, è l’unico collante: non un poeta, un ringhioso che pretende fatti, non belle parole. E il campo, beffardo come sempre, sarà l’unico a decidere se questa è la Nazionale della sopravvivenza o l’ennesima comparsa da spareggio.Con questa rosa tra le mani, Gattuso ha già scolpito nella pietra l’undici più probabile: un 3-5-2 da guerra di trincea, senza fronzoli da Instagram né esperimenti da talk show. Donnarumma in porta, il gigante che deve blindare la saracinesca o trasformarsi nel solito colabrodo da prima pagina; dietro di lui Mancini, Bastoni, Calafiori a formare una linea difensiva alta, compatta e cattiva come un branco di lupi; in mezzo Barella, Tonali e Locatelli, il terzetto che morde caviglie, recupera palloni come un aspirapolvere impazzito e si inserisce come un coltello tra le costole; davanti Politano a destra per tagliare dentro con il veleno di chi ha qualcosa da dimostrare, Kean e Retegui al centro come arieti di pura cattiveria e Dimarco a sinistra per crossare veleno. Raspadori, Pisilli e Frattesi in panchina pronti a entrare per dare fantasia o geometria quando il fiato corto fa capolino. Niente rotazioni da «tutti meritano un minuto di gloria»: qui si vince o si muore, e la formazione è quella che Gattuso ha martellato fino alla nausea, perché il campo non ha pietà per i romantici.Ma prima di montare sul carro della vittoria con gli inni da curva, è obbligatorio guardare in faccia gli avversari, quelli veri, quelli che non leggono i giornali italiani e non si fanno impressionare dal tricolore sbiadito. In semifinale, al Gewiss Stadium di Bergamo, arriva l’Irlanda del Nord: una nazionale tosta, fisica, organizzata come un orologio svizzero con il meccanismo arrugginito ma funzionante. Giocatori di Championship e League One, resistenza da diesel infinito, zero infortuni di lusso, centrali granitici che sembrano usciti da un film di gladiatori low-cost. Psicologicamente sono l’underdog perfetto, motivati dal «niente da perdere» e con il sorriso da chi sa di poter rovinare la festa alla grande Italia che si crede ancora padrona del pallone. La loro probabile formazione è un 4-4-2 da contropiede sporco e pragmatico british: portiere solido tra i pali, difesa compatta come un bunker, mediana da lavoro manuale e due punte che mordono le caviglie senza chiedere permesso. Niente fuochi d’artificio, solo efficienza: aspettano l’errore azzurro – quello che noi regaliamo sempre quando la pressione sale – e lo puniscono con transizioni veloci e zero cerimonie. In caso di passaggio, la finale di martedì sarà in trasferta contro la vincente tra Galles e Bosnia ed Erzegovina. Entrambe squadre che in campo neutro si trasformano in incubi: formazioni da 4-2-3-1 o 3-5-2 che chiudono gli spazi come una saracinesca arrugginita e colpiscono in ripartenza con la precisione di un cecchino che non ha niente da perdere. Gattuso lo sa benissimo: non sono i turchi ma sono squadre che noi snobbiamo con sufficienza e che puntualmente ci ricordano che il calcio non è un monologo azzurro.E allora, cosa devono fare questi Azzurri per non fallire anche questa volta, dopo due non qualificazioni consecutive che pesano sul curriculum come due macigni sul petto di un nuotatore? Prima di tutto devono seppellire il ricordo del 2018 e del 2022 non con le solite conferenze stampa da motivatore da quattro soldi, ma con fatti crudi sul campo: basta alibi da «siamo gli eredi di Berlino», basta retorica da «squadra nobile decaduta che ha vinto tutto ma non sa più vincere niente». Fisicamente zero sconti: ogni convocato deve arrivare al 100%, senza acciacchi nascosti sotto il tappeto, con un’intensità che non cala dopo il 70’ come un cellulare scarico e una preparazione che trasformi la fatica in arma letale. Psicologicamente basta con i complessi da «Nazionale che si sente superiore ma trema come una foglia»: niente ritiri blindati da reality, niente distrazioni social che finiscono sui giornali del mattino, niente litigi da spogliatoio che puzzano di ego da prima donna. Gattuso deve pretendere un pressing feroce fin dal primo secondo, una fase difensiva da muraglia invalicabile e un attacco senza paura di sbagliare il gol della vita, perché qui non si gioca per la copertina di France Football, si gioca per non finire di nuovo sul divano a fare i conti con la figuraccia. Niente turnover inutili, niente esperimenti tattici da «vediamo che succede se…»: solo compattezza, umiltà vera (non quella da spot pubblicitario) e cattiveria pura. Devono ricordarsi che la qualificazione non è un diritto ereditario né un omaggio della Fifa: è una conquista sudata metro per metro, tackle per tackle, con la testa che non va in tilt al primo contrasto sporco o al primo coro avversario. Devono trasformare la paura delle eliminazioni passate in adrenalina da guerra, il passato in carburante e non in zavorra che fa affondare la barca già bucata. E soprattutto devono vincere le partite una alla volta: prima l’Irlanda del Nord a Bergamo, giocando come se ogni pallone fosse l’ultimo della carriera e ogni errore costasse la testa sul patibolo, poi la finale contro chiunque, senza calcoli da furbi, senza speculazioni da «tanto ci pensiamo dopo». Perché se falliscono ancora, non ci sarà più spazio per l’ironia da bar: solo il silenzio assordante di un Paese che, per la terza volta consecutiva, guarderà i Mondiali dalla tribuna con la faccia da «ci risiamo, che sorpresa». E stavolta nessuno avrà il coraggio di sussurrare «prossima volta andrà meglio». Perché la prossima volta, semplicemente, potrebbe non esistere più.

Questa rosa, con i suoi leader silenziosi come Barella che mordono e i talenti in cerca di rivincita come Retegui che tornano dal purgatorio, ha tutto per farcela e niente per nascondersi dietro un dito. Fisicamente è pronta a mordere, psicologicamente è un rebus che Gattuso deve risolvere con il suo solito metodo: urla, sudore e zero complimenti. È un gruppo che sa di non avere più scuse, che sa di giocare con il coltello alla gola e che, per la prima volta da troppo tempo, deve dimostrare di non essere la Nazionale dei «forse», dei «quasi» e dei «peccato», ma quella che finalmente morde sul serio invece di abbaiare al vento come un cane da guardia senza denti. Gattuso non è qui per fare poesia: pretende sangue, pretende cattiveria. E il campo, quel giudice senza appello, sarà l’unico a dire se stavolta l’Italia esce dal patibolo da vincitrice o ci sale sopra per l’ennesima, patetica volta. Il resto è solo chiacchiere da bar, quelle che dopo due fallimenti mondiali fanno più male di un tackle in ritardo. Sul campo si decide tutto. E il campo, stavolta, non perdona. Non più. O si passa o si affonda.

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