L’Inter ha appena convertito la propria corsa al tricolore in un capolavoro di suspense, dove il protagonista – invece di chiudere il film con un colpo da maestro – continua a inciampare sulle proprie caviglie proprio sotto la linea del traguardo. 1-1 ieri al Franchi contro la Fiorentina di Paolo Vanoli, arrivato dopo un possesso palla del 65%, 22 tiri e un solo gol, il lampo isolato di Pio Esposito. È la sesta partita consecutiva senza vittoria, il terzo pareggio di fila in trasferta e la prova lampante che una squadra costruita per dominare ha scelto questo momento per spegnere il motore proprio mentre serviva il turbo a tutta manetta.
L’eliminazione in Champions League per mano del Bodø Glimt rimane la macchia indelebile che nessuno riesce a lavare. Una formazione norvegese abituata a lottare contro il vento artico ha smantellato l’Inter con un cinismo da manuale da esami: ripartenze chirurgiche, difesa a specchio, zero regali. Fuori dall’Europa senza attenuanti, senza alibi di turnover o stanchezza accumulata. Da quel giorno il campionato è diventato una trincea quotidiana: ogni punto strappato con le unghie, ogni occasione sprecata che pesa sul morale come un macigno da dieci tonnellate. E Christian Chivu, subentrato in estate con l’eredità di un ciclo vincente, si ritrova ora a dirigere un’orchestra che ha smarrito il ritmo e suona fuori tempo massimo.
Restano otto giornate. Otto verdetti che separano il sogno dal rimpianto più amaro. Otto match in cui servono almeno venti punti su ventiquattro disponibili per tenere vivo il sogno tricolore, perché il Napoli di Antonio Conte e il Milan di Massimiliano Allegri sono lì, a fiutare il sangue e a ringhiare a pochi punti di distanza. Con il rendimento attuale – una vittoria ogni sei gare (cippe comprese) – equivale a pretendere che un pugile suonato salga sul ring e metta ko l’avversario bendato e con un braccio legato dietro la schiena. Il calendario non concede sconti e Chivu lo sa fin troppo bene: o ritrova la scintilla dentro un gruppo che sembra averla persa o la nave rischia di affondare con la bandiera nerazzurra ancora issata.
I prossimi impegni parlano chiaro senza bisogno di elenchi chilometrici: trasferte ostiche contro formazioni organizzate e pronte a punire ogni distrazione, big match casalinghi dove il pubblico pretende risposte immediate, e sfide contro avversari che non hanno nulla da perdere o tutto da guadagnare. La Roma di Gian Piero Gasperini, il Como di Cesc Fabregas, il Torino, la Lazio di Maurizio Sarri, il Bologna di Vincenzo Italiano e le medio-basse che a quel punto avranno già i compiti fatti o saranno in piena lotta salvezza: un percorso irto di trappole tattiche, dove ogni errore di impostazione verrà pagato a caro prezzo. Non è più questione di qualità della rosa – che resta superiore sulla carta – ma di mentalità: la stessa che ha permesso a squadre di medio rango di inchiodare l’Inter sul pareggio con la precisione di un orologiaio svizzero.
Il problema è strutturale e Chivu lo sa meglio di chiunque. Insiste sul 3-5-2 di rito, ma gli avversari lo hanno studiato, lo anticipano e lo smontano con la freddezza di chi ha visto il film già tre volte. Marcus Thuram, che fino a dicembre aveva fatto il compitino, sembra ora un’ombra di se stesso: movimenti rallentati, conclusioni imprecise, quel feeling con la porta evaporato proprio quando serviva il fuoco sacro. Barella lotta da solo contro un centrocampo avversario che sembra sempre in superiorità numerica, Calhanoglu fatica a trovare i tempi giusti delle verticalizzazioni. La retroguardia, un tempo muro invalicabile, concede spazi che un tempo non esistevano: più buchi di un’autostrada deserta in piena notte. Il turnover, a volte obbligato, ha lasciato falle che nessuno ha colmato e adesso si paga il conto con gli interessi composti.
La dirigenza osserva dalla tribuna. Oaktree ha investito, ha puntato su Chivu come continuità interna, ha promesso stabilità tecnica e finanziaria. Ma la stabilità in questo momento suona come una battuta di cattivo gusto, perché ogni pareggio casalingo o in trasferta è una pugnalata al cuore del progetto. I tifosi continuano a riempire gli stadi, a cantare, a spingere con una fedeltà che rasenta l’eroismo, eppure ogni risultato utile senza vittoria alimenta il malcontento: critiche chirurgiche sui social, richieste di svolta che volano come frecce avvelenate. E Chivu? L’allenatore che ha ereditato un gruppo campione è adesso sotto esame microscopico. Ogni scelta tattica viene sezionata al millimetro, ogni sostituzione analizzata come se fosse un referendum sul suo futuro.
Otto partite per riscrivere la storia o per certificare che la crisi non è passeggera ma radicata. L’Inter ha ancora i numeri: i punti di vantaggio residui, la qualità individuale dei big, l’esperienza accumulata nelle ultime stagioni. Ma i numeri, in questo sport crudele, contano fino a un certo punto. Conta lo stato d’animo, conta la fame atavica, conta la capacità di soffrire senza crollare sotto il peso della pressione. E al momento la squadra sembra preoccupata e a volte incapaxe di gestire il risultato di vantaggio o di andarselo a prendere con i denti stretti e il cuore in gola quando viene raggiunta. Il pareggio con la Fiorentina è stato emblematico: dominio sterile, un solo gol, il lampo dopo pochi secondi del solito Pio Esposito, l’avversario che aspetta, chiude gli spazi e colpisce al momento giusto con la freddezza di un cecchino.
Il cammino verso lo scudetto si è trasformato in una maratona con le gambe di piombo e il fiato corto. Ogni avversario sa che può fermare questa Inter: basta applicare la lezione impartita dal Bodø Glimt – intensità, organizzazione, cinismo chirurgico – e il miracolo è servito. Gasperini alla Roma, Fabregas al Como, Sarri alla Lazio, Italiano al Bologna: allenatori che non regalano nulla e sanno trasformare ogni gara in un esame di maturità. Se Chivu non riesce a infondere dentro il gruppo quella scintilla che ha acceso le ultime stagioni, il tricolore resterà un miraggio, un trofeo sfiorato e poi lasciato scivolare via tra le dita.
Eppure, proprio perché la situazione rasenta il preoccupante, potrebbe scattare la reazione chimica. Il calcio è strano, crudele e meraviglioso insieme: a volte il fondo toccato diventa il trampolino più alto, l’umiliazione europea il detonatore di un riscatto feroce. Otto partite sono poche e tantissime allo stesso tempo. Pochi errori e il sogno svanisce per sempre tra i rimpianti. Pochi guizzi di classe e il cielo torna nerazzurro con la stessa rapidità con cui si è annuvolato. Ma per ora prevale il dubbio più corrosivo, quello che rode dall’interno: il pareggio di ieri ha aperto una crepa che si allarga di giorno in giorno, l’eliminazione norvegese ha strappato via l’aura di invincibilità che sembrava scolpita nel marmo.
Resta da vedere se Chivu ha ancora la forza, la lucidità e il carisma per richiudere tutto o se si limiterà a guardare il treno del suo primo scudetto allontanarsi lentamente verso l’orizzonte, lasciando dietro di sé solo interrogativi senza risposta e rimpianti che pesano come macigni. Il conto alla rovescia è partito. Otto gare, otto verdetti spietati. La storia recente dice che l’Inter sa soffrire e sa rialzarsi con la grinta di chi non molla mai. La cronaca attuale, invece, racconta il contrario con una lucidità spietata e impietosa. Tocca ai giocatori dimostrare sul campo che i norvegesi sono stati un incidente di percorso e non un verdetto definitivo sul loro valore. Tocca a Chivu trovare le parole giuste nello spogliatoio e le scelte tattiche corrette in panchina, senza più alibi o giri di parole. Tocca ai tifosi continuare a spingere anche quando il risultato non arriva e la frustrazione sale come la marea.
Perché lo scudetto non si regala, non si mendica e non si conquista con il possesso palla sterile. Lo scudetto si prende con i denti, con la rabbia e con la consapevolezza di essere i più forti. E in questo momento l’Inter deve ancora dimostrare, partita dopo partita, di meritarselo sul serio. Altrimenti, tra otto giornate, resterà solo il rimpianto di un campionato che poteva essere dominato con autorità e invece è diventato l’ennesima occasione sprecata con una precisione da far invidia a un chirurgo. Il tempo stringe. La palla è nella metà campo nerazzurra. Ora tocca a loro decidere se giocare per la gloria del tricolore o per l’ennesimo “peccato veniale”.
