Cremonese-Fiorentina: il ballo dei disperati sul filo della retrocessione

È il lunedì che nessuno voleva, eppure arriva puntuale come una multa: lunedì sera, allo stadio Giovanni Zini, Cremonese contro Fiorentina, 24 punti contro 25, un solo punto di distacco nella classifica che sa di sentenza. Non una partita qualunque. È il duello che trasforma il calendario in un tribunale e i giocatori in imputati, con la retrocessione che ride in sottofondo mentre Vanoli e Nicola si giocano la panchina e l’anima. Il destino ha deciso che la Viola – reduce da stagioni in cui si parlava di Europa – dovesse arrivare qui, a mordere il fango contro una diretta concorrente, proprio nel momento in cui il calendario diventa una trappola studiata a tavolino.

Guardiamo le ultime partite, perché sono loro a raccontare la verità nuda, senza retorica da comunicato stampa. A Como: vittoria 2-1, tre punti strappati con i denti in trasferta, Gudmundsson che illumina a sprazzi e Kean che sigla il gol decisivo. Sembrava l’inizio di una risalita. Poi in casa contro il Pisa: 1-0 risicato, soffertissimo, con Mandragora a segnare l’unico gol e la difesa a blindare l’area come se ne andasse della vita. Tre punti vitali, sì, ma ottenuti con il fiatone, contro una neopromossa che non ha certo spaventato nessuno. Subito dopo si va a Udine: 3-0 secco, un tonfo che ancora brucia. Difesa disunita, Gosens fuori posizione su due gol, de Gea esposto a tiri da ogni angolazione. Tre gol subiti in novanta minuti, zero reazioni, zero orgoglio. Infine al Franchi contro il Parma: 0-0, un pareggio sterile, un attacco invisibile, Fagioli a illuminare invano e Kean a lottare da solo contro un muro.

In queste cinque gare la Fiorentina ha raccolto sette punti su quindici disponibili, alternando lampi di orgoglio a blackout totali. Contro Como e Pisa ha vinto, ma senza dominare; contro l’Udinese ha preso una lezione di umiltà che ha lasciato il segno; contro il Parma ha confermato il problema cronico di un attacco che produce con il contagocce. Precisione chirurgica: trenta gol segnati in ventotto partite, media da brividi. E in queste ultime uscite l’attacco ha reso ancora meno del già poco: due gol contro il Como, uno contro il Pisa, zero contro Udinese e Parma. Ironia della sorte, proprio mentre la salvezza si decide sul filo di lana.

Ma non finisce qui. Il calendario delle prossime settimane è un capolavoro di perfidia, un susseguirsi di impegni che sembra disegnato apposta per far crollare i nervi. Giovedì, ottavi di Conference League contro il Rakow Czestochowa al Franchi: Vanoli predica di «onorare la competizione fino in fondo», ma i tifosi sanno benissimo che l’Europa è diventata una distrazione pericolosa. Poi finalmente lunedì, arriva lo scontro diretto a Cremona contro la Cremonese: 20:45, campo ostile, pubblico addosso, tre punti che valgono una stagione intera. Giovedì prossimo, ritorno a Czestochowa contro il Rakow: trasferta insidiosa, fuso orario, stanchezza accumulata. Domenica 22 marzo, in casa contro l’Inter: i nerazzurri in corsa scudetto, zero pietà garantita. E il 4 aprile, ancora in trasferta a Verona contro un’altra diretta concorrente per la zona calda.

Cinque partite in ventitré giorni, tra campionato e coppa, con spostamenti, recuperi e pressione a mille. Vanoli lo sa: «Non dobbiamo pensare a lunedì», ha ripetuto in conferenza, ma tutti sappiamo che la mente va lì. Un infortunio a Kean (gestito con cautela) e già si trema. Un calo di Mandragora e il centrocampo collassa. Il calendario non fa sconti, la Serie A nemmeno.

In questo contesto da brividi, il dito puntato va sui protagonisti che nelle ultime uscite non hanno reso quanto ci si aspettava, trasformando potenziali soluzioni in problemi da risolvere urgentemente. Albert Gudmundsson, arrivato con l’aura del genio islandese capace di cambiare le partite da solo: nelle ultime cinque gare è sparito, quattro gol stagionali che sembrano un ricordo lontano, assist zero, giocate a intermittenza. Contro l’Udinese ha vagato come un fantasma, contro il Parma ha regalato palloni agli avversari. Robin Gosens, a sinistra o a centrocampo per tappare buchi: impegno da lodare, certo, ma errori difensivi pesantissimi nel 3-0 di Udine, cross imprecisi, duelli persi. Roberto Piccoli, chiamato a dare peso in attacco non è mai riuscito ad incidere.

Moise Kean, capocannoniere con otto reti, è l’unico che si batte su ogni pallone: bene, ma non basta più. Nelle vittorie contro Como e Pisa ha deciso lui, ma nelle altre partite è rimasto solo contro il mondo. Deve trasformarsi in trascinatore assoluto, non accontentarsi di gol sporadici. Rolando Mandragora è il guerriero che corre e lotta come se ne andasse della vita – sei gol stagionali, presenza ovunque – eppure deve elevarsi a leader vero, non solo a colonna portante. David de Gea tra i pali ha parato il parabile ma ha commesso anche diversi errori: ora serve il muro invalicabile, perché negli ultimi match la linea dietro di lui ha ballato troppo. Nicolò Fagioli illumina a sprazzi con assist e giocate di classe: contro il Parma ha creato l’unico pericolo, ma deve smettere di giocare a intermittenza e diventare la luce costante per novanta minuti. Cher Ndour porta energia, Jacopo Fazzini e Marco Brescianini cercano sostanza: tutti devono dare di più, molto di più, perché in una lotta a un punto di distacco ogni tackle in più o ogni passaggio sbagliato può valere la retrocessione.

Vanoli ha il compito più ingrato di tutti. Arrivato a novembre con il miracolo da compiere, ha strappato risultati a singhiozzo, ma ora serve continuità assoluta. Il suo 3-5-2 o le varianti più aggressive come il 4-3-3 hanno funzionato contro il Pisa e il Como, ma sono crollati a Udine e divenuti completamente sterili con il Parma. Per le prossime settimane dovrà inventarsi la formula perfetta: compattezza difensiva contro la Cremonese, verticalità per Kean, imprevedibilità con Fagioli avanzato. Perché in trasferta la Fiorentina soffre le ripartenze, concede troppo e fatica a chiudere. La Cremonese in casa è aggressiva, tosta, capace di punire ogni errore viola. Un gol di rapina, un rigore dubbio, un blackout in uscita: il prossimo lunedì sera può trasformarsi in incubo o in liberazione.

Giuseppe Commisso e Fabio Paratici promettono stabilità, ma i fatti parlano di una squadra che in queste ultime uscite ha perso certezze proprio nel momento peggiore: stadio a capienza ridotta, eliminazione in Coppa Italia che pesa sul morale. I tifosi del Franchi, quelli veri, meritano un rispetto che finora è mancato. Meriterebbero una rosa che non si limiti a correre ma sappia pensare, un attacco che non dipenda dal singolo. Invece si ritrovano a vivere giornate da incubo.

La Fiorentina, con la sua storia gloriosa, adesso si gioca tutto in provincia contro una Cremonese costruita per salvarsi e finita nella stessa fogna dopo il promettente inizio di stagione. Dopo aver investito su nomi altisonanti che nelle ultime uscite hanno reso molto meno di quanto promesso, dopo aver navigato tra impegni europei e nazionali come una barca senza timone, la Viola è costretta a dimostrare carattere proprio contro la diretta rivale. È la dimostrazione plastica che il calcio non fa sconti.

Vanoli lo sa: serve aggressività, serve concentrazione, serve cattiveria. Kean deve essere l’eroe nonostante l’infortunio gestito, Mandragora il collante ovunque, de Gea il salvatore. Se la difesa continua a regalare spazi come a Udine, se l’attacco resta sterile come contro il Parma, allora queste settimane potrebbero diventare l’ennesimo capitolo amaro. Gudmundsson deve svegliarsi dal letargo, Gosens deve chiudere gli spazi invece di aprirli, Piccoli deve dimostrare di non essere solo una comparsa.

I tifosi aspettano solo un segnale: che questa squadra, pur zoppicante, abbia ancora la forza di rialzarsi. Perché retrocedere non sarebbe solo un fallimento sportivo: sarebbe un tradimento verso chi ha sempre creduto, nonostante tutto. Lunedì sera allo Zini sarà una battaglia di nervi, di sudore e di orgoglio viola. La Fiorentina deve dimostrare di non essere solo bella a parole. Deve vincere. O almeno non perdere. Il resto è silenzio, e una classifica che non perdona nessuno.

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