Inter e Juve Affondate, Atalanta Salva l’Onore

In un panorama europeo dove le gerarchie calcistiche si ribaltano con la velocità di un colpo di vento artico, l’Italia ha offerto al mondo un ritratto impietoso della propria decadenza sportiva. Mentre Inter e Juventus, autoproclamate regine del Belpaese, si fanno sbeffeggiare da Bodø/Glimt e Galatasaray in un’umiliazione che grida al sabotaggio interno, l’Atalanta emerge come l’unica ancora di salvezza, rovesciando il Borussia Dortmund con una tenacia che fa arrossire le blasonate sorelle. È uno scenario che, con un velo di distacco, potremmo definire un disastro annunciato: due giganti che inciampano su ostacoli apparentemente abbordabili, trascinando nel fango l’intero coefficiente Uefa nazionale, mentre una provinciale bergamasca ricorda a tutti che il calcio è fatto di sudore, non solo di blasone.

Prendiamo l’Inter, perla del calcio milanese, che si presentava ai playoff come la favorita indiscussa contro un Bodø/Glimt che, sulla carta, dovrebbe preoccuparsi più del circolo polare che di San Siro. Invece, il doppio confronto si è chiuso su un impietoso 2-5: 3-1 per i norvegesi all’andata, e un 1-2 al ritorno, con i nerazzurri incapaci di ribaltare nonostante un dominio statistico che rasenta l’assurdo – oltre il 65% di possesso e una valanga di tiri, ma efficacia zero. Christian Chivu , con la sua impeccabile nonchalant, ha assistito a una capitolazione che profuma di arroganza mal riposta. I norvegesi, orchestrati dal tecnico Kjetil Knutsen e illuminati dalle prodezze di Jens Petter Hauge (gol in entrambe le gambe) e Håkon Evjen (rete decisiva al ritorno), hanno esposto le crepe di una squadra che, nonostante un budget da superpotenza, si è rivelata fragile come porcellana cinese. Ironia della sorte, o forse solo destino: l’Inter, finalista l’anno scorso, esce per mano di un club con un valore di mercato inferiore a quello di un solo titolare nerazzurro. Complimenti: avete trasformato una qualificazione scontata inizialmente in un’ode alla sottovalutazione, lasciando l’Italia a leccarsi le ferite e l’Uefa a gongolare per l’ennesimo upset che ridimensiona il nostro bel paese.

Meno patetica la performance della Juventus, che ha elevato il concetto di harakiri europeo a nuova forma d’arte contro un Galatasaray notoriamente letale nei momenti chiave. Il risultato finale? Un umiliante 5-7: 5-2 per i turchi all’andata e un 3-2 al ritorno all’Allianz Stadium , con i bianconeri che hanno portato la sfida qualificazione all’extra time grazie a una rimonta parziale nei regolamentari (3-0 al 90esimo, prima dei gol turchi), solo per crollare nei supplementari sotto i colpi di Victor Osimhen e Barış Alper Yılmaz. Luciano Spalletti, al timone della squadra, ha visto i suoi disintegrarsi nei tempi supplementari, nonostante le occasioni da gol create che avrebbe potuto volgere la qualificazione in tutt’altro modo, un dettaglio che sa di beffa divina. I turchi hanno capitalizzato ogni errore bianconero, trasformando una partita che per la Juve sembrava praticamente recuperata con la speranza almeno dei calci du rigore, in un incubo prolungato. La Vecchia Signora, che si vanta di una storia europea invidiabile, si fa umiliare da un avversario che in Süper Lig arranca, confermando che il blasone è un optional quando manca la grinta. Spalletti, con la sua proverbiale filosofia, parlerà di “episodi sfortunati” e “mancanza di cinismo”, ma la verità è un crollo di leadership e resilienza, con i gol juventini di Locatelli, Gatti e McKennie, che servono solo a rendere la sconfitta più ironica. Juventus, un applauso per aver aggiunto un capitolo epico al manuale delle figuracce italiane: da aspiranti campioni a vittime di un club che evoca più caos che coerenza.

E in questo mare di mediocrità, ecco l’Atalanta, la mosca bianca che salva l’onore nazionale con una rimonta da antologia contro un Borussia Dortmund che pareva inespugnabile. Risultato complessivo 4-3: 0-2 per i tedeschi all’andata al Signal Iduna Park  e un travolgente 4-1 al ritorno al Gewiss Stadium, sigillato da un rigore all’ultimo respiro di Lazar Samardžić al 90’+8 dopo review VAR. I gol? Una sinfonia:Scamacca, Zappacosta, Mario Pašalić  e il penalty fatale, nonostante il momentaneo pareggio di Karim Adeyemi per i gialloneri, ridotti in dieci per l’espulsione di Ramy Bensebaini. Mentre Inter e Juve si perdono in alibi da salotto buono, l’Atalanta incarna la professionalità pura, con un pressing asfissiante e una mentalità da underdog che sovverte pronostici. Palladino, con la sua dialettica schietta, potrebbe tenere seminari ai colleghi: “Ci abbiamo creduto fino all’ultimo”, e non è retorica, è fatto. Un’oasi di competenza in un deserto di presunzione.

Allargando l’analisi con precisione forense, queste débâcle non sono aneddoti isolati, ma sintomi cronici di un calcio italiano afflitto da presunzione endemica. Inter e Juve, con rose dal valore complessivo superiore ai 500 milioni di euro ciascuna – pensate ai contratti principeschi di Martínez (Inter) o Vlahović (Juve) – incarnano l’illusione che il nome basti a vincere. L’Atalanta, con un budget più modesto ma investimenti mirati in scouting, dimostra l’antitesi: resilienza tattica e zero complessi. Il contraccolpo? Un coefficiente Uefa in picchiata – l’Italia rischia di perdere lo slot extra per il 2027/28 – e un morale nazionale a brandelli, con tifosi nerazzurri e bianconeri che passano da sogni di gloria a incubi norvegesi e turchi. Per il calcio nostrano è un campanello d’allarme: la Serie A, un tempo faro d’Europa, ora pecca in intensità rispetto a Bundesliga, Liga o Premier, con allenatori come Conte, Chivu e Spalletti che brillano in patria ma inciampano sul continente.

Il bilancio? L’Italia calcistica si profila come un impero romano in fase terminale, con l’Atalanta a recitare il ruolo di eroico contrappeso, unica àncora in un mare di mediocrità. Se le autoproclamate potenze milanesi e torinesi persistono in questa traiettoria di autolesionismo, non tarderemo a incoronare Bergamo come la nuova metropoli del pallone tricolore, relegando Milano e Torino a consolarsi con coppette nazionali e un repertorio stantio di alibi preconfezionati. Professionalmente va riconosciuto: in assenza di riforme strutturali radicali – un’enfasi maggiore sulle academy per coltivare talenti autoctoni, anziché sperperare fortune in acquisti faraonici e spesso effimeri – il nostro calcio rischia di scivolare nell’irrilevanza continentale, diventando la barzelletta preferita dei salotti Uefa. Eppure un inchino è dovuto a Inter e Juventus per averci donato queste gemme di ridicolo cosmico; l’Atalanta, per contro, ci concede il lusso di un ghigno beffardo, a rammentarci che nel teatro del calcio, come nell’arena della vita, gli arroganti inevitabilmente mordono la polvere, spesso con un tonfo assordante.

Lascia un commento

search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close