In un febbraio che sembra aver congelato non solo il termometro ma pure le speranze di certi club italiani, la Fiorentina ha archiviato l’andata dei playoff di Conference League con la nonchalance di chi spedisce una cartolina da una vacanza noiosa: 3-0 secco al Jagiellonia, in quel di Bialystok, dove i polacchi hanno offerto un’ospitalità tanto generosa da dimenticare di difendere la porta. Luca Ranieri al 53′, Rolando Mandragora su punizione al 65′, Roberto Piccoli dal dischetto all’81’ – fine della storia, qualificazione ipotecata e un messaggio chiaro: in Europa, i viola non vanno per fare i turisti, ma per ricordare a tutti che il calcio è efficienza, non solo chiacchiere. Statistiche alla mano, un possesso palla misero al 29%, ma sei tiri nello specchio contro zero avversari: è il trionfo del pragmatismo su un Jagiellonia campione di Polonia ma campione anche di illusioni, con un 71% di palla tenuta come un tesoro inutile. Paolo Vanoli, con quel suo aplomb da stratega sottovalutato, azzecca le rotazioni – Lezzerini in porta a fare da spettatore, Gosens e Fortini a chiudere le fasce – e trasforma una potenziale trappola gelida in una passeggiata. Mentre certe big nostrane si perdono in rimpianti continentali, la Fiorentina vince con la freddezza di un contabile che fa quadrare i bilanci senza strafare.
Ma non illudiamoci: questa vittoria, per quanto chirurgica, è solo un antipasto in un’annata che per i viola sa di ricostruzione forzata. Dopo due finali perse in Conference – contro West Ham nel 2023 e Olympiacos nel 2024 – e una fase a gironi altalenante (vittorie convincenti su APOEL e The New Saints, ma inciampi con St. Gallen e Pafos), i playoff diventano l’occasione per riscattare una stagione da dimenticare. Vanoli, erede di un’eredità complicata post-Italiano e Palladino, ha puntato su un mix di veterani e scommesse: Harrison dall’Everton per le fasce, Fabbian per il centrocampo, e un Piccoli che, quando è chiamato a recitare un ruolo diverso dalla meteora, si rivela più affidabile di un orologio svizzero. Ed è proprio qui che emerge la professionalità viola: zero primedonne, un collettivo che difende con ordine (Ranieri capitano solido, Comuzzo a coprire le spalle) e attacca con cinismo. Il Jagiellonia, guidato da Adrian Siemieniec, ha pagato l’ingenuità di chi domina il possesso ma dimentica i fondamentali: zero tiri in porta, undici tentativi totali evaporati nel nulla, e un Abramowicz tra i pali che tocca il pallone solo per raccoglierlo dal sacco. È il classico caso di squadra da campionato domestico – Ekstraklasa vinta con margine – ma pivella in Europa, dove la tattica italiana fa la differenza. Vanoli post-partita ha scelto la strada della filosofia:”Piedi per terra”, ma il suo sorriso sornione tradisce ambizioni: gli ottavi sono a un passo, e da lì chissà, magari un trofeo che a Firenze manca dai tempi della Coppa Italia 2001.
Eppure, in questo calcio bipolare, la Conference è la valvola di sfogo per una Fiorentina che in Serie A arranca come una nobile decaduta costretta a elemosinare punti. La lotta salvezza? Non è un’esagerazione: con una difesa che concede troppo e un attacco dipendente da Kean (7 reti, ma assente per infortunio contro i polacchi), i viola sono terzultimi a soli tre punti dal trio Lecce, Genoa e Cremonese. Vanoli ha provato a instillare grinta – lo testimoniano i gialli a Fazzini e Mandragora in Polonia – ma serve costanza, non lampi sporadici. E qui entra in gioco il prossimo impegno: lunedì, al Franchi, contro il Pisa. Un match che non è solo calendario, ma crocevia esistenziale: tre punti obbligatori per allontanare lo spettro retrocessione, in una stagione dove ogni punto vale oro zecchino.
Il Pisa: quel vicino di casa che non inviti mai a cena, ma che ti bussa alla porta con la sfacciataggine di chi ha conti in sospeso. Dopo una Serie B che ha visto i nerazzurri promossi grazie a un playoff al cardiopalma contro il Venezia (2-1 all’andata, 1-0 al ritorno), questo derby toscano torna a infiammare dopo 23 anni di letargo. L’ultimo in massima serie? Stagione 1990-91: vittoria viola al Franchi per 1-0, con gol di Fuser, e un 4-0 schiacciante all’Arena Garibaldi firmato Kubik (doppietta), Di Chiara e un’autorete. Ma l’ultimo assoluto risale al 2002-03, in Coppa Italia Serie C: Pisa 1-0 sulla Florentia Viola, nome post-fallimento della Fiorentina, con rete di Frati – un’umiliazione che ancora brucia, tipo sale su una ferita aperta. Statistiche impietose: su 25 incontri ufficiali dal 1926, i viola ne hanno vinti 16, pareggiati 5, persi solo 4 – e nessuno di quei ko in campionato a Firenze. Il Pisa non ha mai espugnato il Franchi in Serie A: zero vittorie, con un bilancio di 10 partite, 7 sconfitte e 3 pareggi. Precisione vuole: nelle stagioni 1982-83 (0-0), 1983-84 (0-0), 1985-86 (1-1), e via discorrendo, i nerazzurri hanno strappato al massimo un punto, come ospiti indesiderati che se ne vanno a mani vuote.
Ma ridurre tutto a numeri sarebbe miope: questa rivalità è un’epopea storica, un veleno che si tramanda da secoli, ben prima che il calcio diventasse lo sfogo moderno di antichi rancori. Risaliamo al Medioevo, quando Pisa, Repubblica Marinara al suo apogeo, dominava i mari e imponeva dazi salati a una Firenze guelfa (filo-papale) che sognava sbocchi commerciali senza passare per i ghibellini (filo-imperiali) pisani. I fiorentini, fulcro economico toscano ma intrappolati nell’entroterra, pagavano a caro prezzo per accedere al porto pisano, fino a quando non puntarono su Livorno, bypassando Pisa e accelerandone il declino. Poi guerre infinite. La Torre Pendente, simbolo di grandezza, diventa metafora di un crollo sotto il tallone fiorentino. Perfino il Gioco del Ponte, tradizione pisana del ‘600 sul Ponte di Mezzo, fu vietato dai Medici per sopprimere ricordi di indipendenza, trasformandolo in un rituale controllato dal Granducato di Toscana.
“Meglio un morto in casa che un pisano all’uscio”, dice il proverbio toscano, eco di un odio che permea il DNA regionale. Nel calcio, questo si traduce in tensioni da stadio: negli anni ’80, quando il Pisa di Romeo Anconetani sfiorò l’Europa (settimo in Serie A 1982-83), gli scontri con la Fiorentina furono epici, con curve infuocate e incidenti che facevano notizia. Ricordate la stagione 1985-86? Pareggio 1-1 al Franchi, gol di Passarella per i viola e Kieft per i nerazzurri, ma fuori dal campo volavano sassi e insulti. O il 1987-88: 2-1 viola, con rete decisiva di Buso, e un Pisa che retrocede nonostante talenti come Dunga. Più recentemente, nel 2015, la fusione degli aeroporti pisano (Galileo Galilei) e fiorentino (Peretola) ha riacceso la miccia: proteste a Pisa contro l’egemonia fiorentina, con slogan che riecheggiavano antichi guelfi e ghibellini.
Per la Fiorentina, lunedì è l’occasione per capitalizzare l’euforia europea: Vanoli potrebbe confermare il 4-3-3, con Kean di ritorno al centro dell’attacco, Mandragora in mediana a dettare i tempi, e Gosens a spingere. Previsione? Il Pisa ha fame, e un derby è sempre imprevedibile. Per i viola è un test di maturità: tre punti significherebbero ossigeno puro, respirando aria di Europa League via campionato. In un calcio dove i soldi comprano trofei, la Fiorentina contro Pisa è il reminder che le rivalità vere non si comprano – si ereditano, come un veleno dolce che rende il pallone immortale. Che vinca il migliore, o almeno chi merita di non retrocedere.
