L’Italia in Champions: Umiliazioni a Catena

Il calcio italiano ha orchestrato la sua ennesima sinfonia di autolesionismo europeo, un capolavoro di auto-sabotaggio che nemmeno un regista hollywoodiano potrebbe sceneggiare con tanta maestria perversa. Quattro squadre spedite in Champions League come ambasciatrici di un movimento che si crede ancora élite, e quattro risposte che suonano come ceffoni assordanti: il Napoli già sepolto nella fase iniziale, e le altre tre – Inter, Atalanta, Juventus – umiliate nelle gare d’andata dei playoff con una puntualità che rasenta il ridicolo. È come se l’Europa avesse deciso di ricordare all’Italia che il blasone è un accessorio vintage, buono solo per i musei, non per i campi dove si corre, si suda e, occasionalmente, si vince.Cominciamo dal Napoli, il campione d’Italia in carica, quello che sotto Antonio Conte – l’uomo che trasforma spogliatoi in caserme e giocatori in soldati – doveva marciare verso la gloria internazionale. Invece, ha chiuso la prima fase al 30° posto, con un misero bottino di 8 punti. Un differenziale di meno sei che grida incompetenza da ogni poro. Eliminato senza nemmeno l’onore di un playoff, il Napoli ha dimostrato che vincere lo Scudetto è un affare domestico, ma in Europa è tutta un’altra musica – e loro hanno stonato dall’inizio alla fine. Che dire? Il detentore del titolo nazionale che esce di scena prima che la festa cominci sul serio, come un invitato che arriva in smoking e inciampa sulla soglia. Complimenti, azzurri: avete ridefinito il concetto di “campioni effimeri”.Passiamo all’Inter, i nerazzurri che si pavoneggiano con il ricordo di finali recenti e un’aura da predestinati. Nell’andata dei playoff all’Aspmyra Stadion di Bodø, in Norvegia – dove il freddo è un avversario extra – hanno incassato un 3-1 dal Bodø/Glimt. I norvegesi, padroni di casa, hanno dominato con una facilità imbarazzante, lasciando all’Inter solo briciole di consolazione. È strano pensare che una squadra come l’Inter, con il suo pedigree, si faccia congelare da un club che passa l’inverno a combattere contro il gelo artico più che contro top team. Bravi, ragazzi: avete trasformato una trasferta in un disastro polare, dimostrando che il blasone non scalda quando il termometro scende sotto zero. E ora, con un ritorno a San Siro che odora di missione difficile ma non impossibile, l’Inter rischia di aggiungersi alla lista delle vittime illustri del Bodø/Glimt – un club che colleziona scalpi europei come se fossero francobolli.Non poteva mancare l’Atalanta, la dea bergamasca che negli anni scorsi aveva illuso tutti con imprese da underdog eroico, quarti e semifinali che facevano sognare. Al Signal Iduna Park di Dortmund, in Germania – con il muro giallo a fare da sfondo infernale – hanno rimediato un secco 2-0 dal Borussia Dortmund. I tedeschi, in casa, hanno imposto il loro ritmo senza pietà, lasciando l’Atalanta a zero gol e con le mani vuote. La squadra di Palladino, maestra nel sorprendere i giganti con pressing asfissiante e contropiedi letali, stavolta è stata la vittima designata, schiacciata come una mosca su un parabrezza. Come se il Dortmund avesse sussurrato: “Benvenuti nel nostro mondo, dove le favole finiscono male”. Una sconfitta che non solo complica il ritorno a Bergamo, ma smonta l’aura di invincibilità europea che l’Atalanta si era costruita con fatica.

A chiudere questa parata di disonore, la Juventus, la Vecchia Signora che incarna la storia del calcio italiano, con i suoi scudetti a cascata ( spesso molto discutibili) e un blasone che pesa come un macigno. Nell’andata del playoff al Rams Park di Istanbul, in Turchia – dove il pubblico turco trasforma lo stadio in un calderone bollente – hanno subito un umiliante 5-2 dal Galatasaray. I padroni di casa hanno dilagato, sfruttando ogni crepa bianconera, inclusa l’espulsione che ha lasciato la Juve in dieci. La Vecchia Signora che si presenta come favorita assoluta e ne esce con le ossa frantumate, come un’aristocratica che inciampa in un vicolo buio. Cinque gol incassati, due segnati per pura pietà da un Koopmeiners risvegliato come un orso dal letargo– un risultato che riecheggia come una sentenza di condanna. E pensare che la Juventus dovrebbe essere il faro dell’Italia in Europa: invece, ha illuminato solo le proprie fragilità, regalando al Galatasaray una notte da leggenda e a se stessa un ritorno a Torino che sa di ultima spiaggia. Bravi, bianconeri: avete elevato la sconfitta a forma d’arte, con un’esibizione che meriterebbe un premio per la drammaticità.Questi risultati non sono anomalie casuali, ma sintomi di una malattia cronica che affligge il calcio italiano da troppo tempo. Le tre squadre italiane hanno raccolto zero punti, con un bilancio gol impietoso: tre fatti e dieci subiti. Aggiungiamo il Napoli già fuori, e il quadro è completo: zero squadre italiane con un piede negli ottavi, un en plein negativo che non si vedeva da ere geologiche. Professionalmente, è doveroso notare che il coefficiente UEFA italiano sta scivolando verso l’abisso – ogni sconfitta è un mattone in meno nella costruzione di un futuro competitivo. Ma il bello emerge quando si pensa alle scuse pronte all’uso: “Il viaggio era stancante”, “Il clima ostile”, “L’arbitro distratto”. Patetico. Le squadre che vincono non invocano alibi; le perdenti li collezionano come trofei. Il Bodø/Glimt non si lamenta del freddo norvegese, il Dortmund non piange per il calendario fitto, il Galatasaray non attribuisce la vittoria alla fortuna. Loro agiscono, noi reagiamo – male.Dove affonda le radici questo fallimento sistemico? Non negli allenatori – Conte, Spalletti, Palladino e Chivu– tutti professionisti di alto calibro, con curricula che parlano da soli. Non nei giocatori, un mix di talenti internazionali e nazionali che, sulla carta, potrebbero competere con chiunque. È nella mentalità: quella pigrizia atavica che fa eccellere in campionato ma implodere all’estero, l’incapacità di adattarsi quando il livello sale, di soffrire quando il bel gioco evapora, di resistere quando l’avversario morde. Ironico, no? L’Italia, patria del tatticismo difensivo, ora si fa trafiggere come un colabrodo. È come se avessimo dimenticato le basi, preferendo lo spettacolo illusorio al risultato concreto.E il pungente arriva quando si osserva l’Europa che avanza: il Real Madrid che piega il Benfica con un 1-0 chirurgico, il PSG che espugna Monaco con un 3-2 thrilling, squadre che vincono anche quando non brillano. Noi? Brilliamo solo nelle conferenze stampa post-sconfitta, dove le parole coprono le ferite. Per concludere, questi tonfi minano inevitabilmente il futuro: meno punti UEFA equivalgono a meno slot in Champions, meno visibilità, un declino che si autoalimenta. I tifosi, quelli che riempiono gli stadi e urlano passione, lo sentono: non accettano più narrazioni consolatorie. Vogliono fatti, non favole.Ma forse, in questo abisso di ironia amara, c’è un barlume di speranza – o almeno di sveglia. Queste sconfitte potrebbero essere il campanello d’allarme definitivo, quello che forza un’introspezione seria. Perché continuare a fingere grandezza mentre l’Europa ci deride è masochismo puro. Il calcio italiano deve reinventarsi: più intensità, più fame, meno complessi di superiorità. Altrimenti, l’anno prossimo saremo qui a commentare l’ennesimo disastro, con la stessa delusione.E mentre aspettiamo i ritorni – con la flebile illusione che non si trasformino in esequie definitive – ricordiamoci: il vero campione non spiega le débâcle, le previene. Ma noi, a quanto pare, preferiamo il ruolo della vittima predestinata, con un’eleganza tutta italiana nel perdere.

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