La Fiorentina oggi sembra un ex campione di pugilato che sale sul ring con la pancetta, i guantoni bucati e la convinzione che basti un jab per far cadere l’avversario. Peccato che l’avversario sia la Serie A, e invece di cadere ti riempie di uppercut nei minuti di recupero, come se ti odiasse personalmente. L’ultimo schiaffo è arrivato dal Torino, un 2-2 che sa di beffa confezionata su misura: avanti 2-1, si chiude la porta, si spegne la luce, e al 93’ Maripán ringrazia per il regalo. Roba da far invidia ai migliori prestigiatori di Las Vegas, solo che qui non c’è applauso, solo fischi dal Franchi e la sensazione che la Viola stia giocando a scacchi con se stessa, mossa dopo mossa verso lo scacco matto retrocessione.
Terzultimo posto a 18 punti, con il Lecce a 21, e sotto Pisa e Verona a 15 che sembrano già rassegnati alla B. Un anno fa, stessa tornata, 42 punti e sogni di Europa. Oggi -24 rispetto al passato, un crollo che farebbe arrossire pure le criptovalute dopo un tweet di Elon Musk. La media punti di Vanoli? Roba da far piangere un ragioniere: intorno all’1 a partita, con la specialità della casa che è buttare via vantaggi come se fossero fazzoletti usati. In stagione, 22 punti dilapidati da situazioni di vantaggio, di cui 10 proprio nei minuti di recupero. Dieci. È come se la Fiorentina avesse un abbonamento premium al “regalo finale all’avversario”: abbonati e ricevi un punto buttato via ogni due partite, con bonus beffa al 93’.
E il bello è che non si tratta di sfortuna, no. È proprio arte viola: avanti di un gol, Vanoli si barrica come se stesse difendendo Fort Knox con una scopa, toglie i migliori (Kean e Solomon, che avevano segnato), invita il Toro a spingere e poi si lamenta che “facciamo sempre gli stessi errori”. Bravo, mister, illuminante. La difesa? Un colabrodo che concede calci d’angolo fatali con la regolarità di un orologio svizzero taroccato. Il centrocampo? Sparisce quando serve mordere. L’attacco? Lampi isolati, poi silenzio radio. Kean segna ogni morte di papa e viene celebrato come il Messia, Solomon fa un gol da applausi e poi sparisce nel nulla, Harrison entra e cambia qualcosa ma non basta. È una squadra che ha il vizio di sembrare viva per venti minuti e poi zombie per i restanti settanta.
Fabio Paratici, il nuovo ds, è arrivato quando la barca era già semisommersa. Lui, reduce da avventure juventine e londinesi con più ombre che luci, ha firmato fino al 2030 senza clausola retrocessione. “Ho scelto la Fiorentina sapendo esattamente quanti punti aveva, sarebbe stato da incoscienti altrimenti, invece è stata una scelta coraggiosa”. Coraggiosa o autolesionista? Ai posteri l’ardua sentenza, ma intanto in tribuna ha la faccia di chi ha appena comprato una casa con vista sul Vesuvio in eruzione. Paratici parla di “metodo, controllo, visione a lungo termine”, di una Fiorentina “organizzata, sostenibile, competitiva”. Parole belle, da spot pubblicitario. Peccato che sul campo si veda l’opposto: disorganizzazione, e competitività da Serie C1.
La proprietà? Catherine Commisso in pole, Alessandro Ferrari a fare da traghettatore, e un Viola Park che resta un gioiello architettonico destinato a ospitare partite di B se non si cambia rotta. Paratici ha già fatto il mercato di gennaio: via chi non funzionava, dentro pedine per il modulo di Vanoli. Ma il problema è l’anima. Serve cattiveria, fame, personalità. Invece la Viola è gentile, accomodante, quasi timida. Lascia passare, offre il caffè, poi piange se l’ospite segna. Vanoli sulla graticola: due partite per salvare la panchina, dicono in giro, ma esonerarlo ora significherebbe ammettere il disastro e buttare via altri soldi. Meglio tenerlo e sperare nel miracolo? O cambiare guida e rischiare il caos? Scelta da Solomone con il mal di testa.
I tifosi, quelli che sotto la pioggia del Franchi cantano lo stesso, hanno smesso di essere pazienti. La contestazione post-Torino non era coreografica: era un urlo di rabbia. Perché questa Fiorentina non è solo scarsa, è offensiva per la storia viola. Dov’è l’orgoglio gigliato? Quello che ribaltava l’impossibile? Oggi ribalta solo i risultati a proprio sfavore. La risalita passa da una rivoluzione comportamentale: smettere di regalare punti nel finale, smettere di chiudersi come ricci quando si va avanti, smettere di autocompatirsi. Servono 17 punti nelle prossime 14 partite per arrivare a 35 e salvarsi (forse). Media da 1,2 a partita. Con l’attuale trend? Difficile. Ma Paratici promette “cattivi”. Cattivi sul campo, non solo in conferenza.
Intanto il calendario non fa sconti: trasferte toste, scontri diretti in casa, Conference in mezzo a complicare tutto. Se non si vince contro chi è alla pari, addio illusioni. La Fiorentina ha storia, tifosi, struttura, un ds con esperienza (buona o cattiva che sia). Manca solo smettere di farsi harakiri da soli. Altrimenti, tra un Maripán al 93’ e un altro al 95’, si finirà in B a ricostruire con Paratici. E i viola, stavolta, piangeranno amaro. Molto amaro.
