Paratici debutta da DS, Fiorentina-Torino sotto i suoi occhi

Nel turbine di una Serie A che pare un’eterna giostra di illusioni e cadute rovinose, con le grandi che dominano e le altre che arrancano come viandanti stanchi, la Fiorentina si appresta a sfidare il Torino al Franchi. Un incontro che, in tempi migliori, avrebbe acceso sogni europei, ma oggi somiglia più a una battaglia per la sopravvivenza, con i viola invischiati al 18° posto, aggrappati a 17 miseri punti dopo 23 giornate, frutto di sole 3 vittorie, 8 pareggi e 12 sconfitte, con 25 gol fatti e ben 36 subiti. E mentre la squadra cerca di non affondare, ecco Fabio Paratici, il nuovo direttore sportivo, fresco di insediamento, con una conferenza stampa che mescola promesse da grande stratega a un realismo che sa di scuse già pronte. Perché nel calcio italiano, le seconde chance arrivano puntuali come un treno regionale, e un curriculum con qualche macchia si trasforma in un tesoro di esperienza, da esibire con un’alzata di spalle e un ghigno sornione.

Partiamo dal fulcro della vicenda: la presentazione di Paratici, orchestrata nella sala stampa del Viola Park, un luogo che ha visto passare ambizioni e delusioni con la frequenza di un cambio di stagione. Paratici, scampato al limbo di una squalifica FIFA per le note plusvalenze juventine – un affare che ha il sapore di una commedia degli equivoci, con appelli e riduzioni che profumano di grazia all’italiana – si siede al microfono con l’aria di chi ha già visto tutto e promette di non replicare gli sbagli. “Sono qui per costruire un progetto solido e duraturo”, annuncia con quel tono da navigatore esperto, come se la Fiorentina non fosse già un cantiere perenne, con basi instabili e piani rivisti al ribasso ogni estate. Solido: una parola che evoca certezze granitiche, ma che stride con una classifica impietosa, dove i viola sono terzultimi, a un passo dal baratro della retrocessione, con una differenza reti di -11 che urla di squilibri cronici.

Paratici non si ferma alle frasi di circostanza; no, cala l’asso con garbo manageriale. “Investiremo con intelligenza, puntando su talenti che si integrino nel sistema di Vanoli”, afferma, richiamando il suo passato al Tottenham, dove ha alternato colpi da maestro come Kulusevski a scelte che hanno lasciato gli Spurs con l’amaro in bocca. Intelligenza: un termine che, nel suo vocabolario, sottintende una maestria nel mercato senza follie, ma che i dubbiosi interpretano come l’arte di promettere meraviglie con un portafoglio da economia di guerra. Punta su elementi chiave della rosa attuale, come Moise Kean, l’attaccante che alterna exploit a periodi di eclissi, autore di gol sporadici ma spesso assente nei momenti clou, o Albert Gudmundsson, il jolly islandese capace di inventare giocate in un attacco altrimenti anemico. E sul fair play finanziario? “Rispetto assoluto delle regole”, giura con fermezza, una dichiarazione che ha il retrogusto ironico di un monito da chi ha danzato sui confini normativi alla Juve, con inchieste e intercettazioni che hanno animato le cronache più di un derby infuocato.

Non evade il confronto col passato, Paratici; lo affronta con un’autocritica misurata: “Ho imparato dalle esperienze precedenti, e porterò qui la mia visione globale”. Visione: un concetto alto, ma che a Firenze richiama memorie di annate ballerine, con qualificazioni continentali sfiorate e poi evaporate. Incensa la proprietà Commisso, “seria e ambiziosa”. Serietà: quella che, dice, ha convinto lui a spingere per l’arrivo, non viceversa, in un capovolgimento che sa di rivalsa. Accenna a rinforzi mirati: un centrocampista dinamico per supportare Rolando Mandragora, che si carica il reparto sulle spalle in una mediana spesso in affanno, o un difensore per tappare le falle di una retroguardia generosa nei regali. “I tifosi meritano fiducia e risultati”, conclude, appellandosi a una pazienza logorata dal valzer di allenatori – Palladino dimesso nonostante il rinnovo, Pioli come ponte breve, e Vanoli sbarcato a novembre dal Torino, un dettaglio che aggiunge beffa al match imminente. Fiducia: una risorsa esausta, dopo rovesci come il 2-1 a Napoli o l’1-2 subito in casa dal Cagliari.

Ma le parole di Paratici sono solo il preludio; il vero esame è il campo, con la sfida al Torino di stasera al Franchi. I viola arrivano con numeri da incubo: l’ultima vittoria un 2-1 contro un Bologna in piena crisi di nervi, un bagliore isolato in un tunnel di delusioni. Vanoli ha imposto un 4-2-3-1 più compatto, ma i risultati sono volubili come un dado truccato. In porta, David de Gea offre esperienza, ma inciampa sulle palle alte, con 36 gol incassati che includono svarioni su piazzati. La difesa orbita attorno a Pietro Comuzzo e Marin Pongračić, una coppia che mescola chiusure solide a lapsus imperdonabili, con Dodô a destra che avanza ma apre varchi, e Robin Gosens a sinistra che crossa con precisione ma vigila distrattamente. Opzioni come Fortini iniettano gioventù, ma il reparto resta poroso, specie sui calci fermi.

A centrocampo, Mandragora e compagni formano la diga, con passaggi chiave che brillano ma infortuni che minano la continuità, lasciando la mediana esposta. In attacco, Gudmundsson è la bussola creativa, Kean il terminale che promette ma delude a fasi alterne, affiancati da Manor Solomon o Harrison, pedine che aggiungono profondità ma mancano di costanza. Dall’altra parte, il Torino, 13° con 26 punti (7 vittorie, 5 pareggi, 11 sconfitte), epitomizza il pragmatismo: difesa ballerina e un attacco guidato da Duván Zapata, letale in contropiede, e il Cholito Simeone, il sottovalutato ex di turno. L’ex Vanoli sfida la sua vecchia casa: i granata prediligono l’agguato al possesso, vincendo spesso con cinismo, un catenaccio moderno che irrita i puristi ma accumula punti.
Nel quadro più ampio, la Fiorentina è un club con eredità nobile ma presente offuscato: il Franchi attende un restyling procrastinato, la curva è un calderone di passione ma esige trofei, il budget è sostanzioso ma non rivaleggia con le corazzate. Commisso ha investito, ma i frutti latitano. Paratici potrebbe invertire la rotta, col suo network che vanta scoperte low-cost dal Sudamerica o Premier, ma il dossier mescola successi come CR7 alla Juve con ombre di plusvalenze gonfiate, quegli “scambi artificiosi” che hanno alterato equilibri. L’artefice di equilibrismi contabili ora predica rettitudine, come un acrobata che vanta passi solo su suolo piano.

Una vittoria contro il Torino insufflerebbe ossigeno; una sconfitta accelererebbe il declino, obbligando Paratici a prodigi immediati. In fondo, mentre Paratici tesse trame future con matasse ottimiste, la realtà morde: Firenze brama fatti, non retorica. Che il pallone rotoli, affinché ci rammenti quanto il calcio sia un maestro di paradossi, dove le promesse svaniscono più rapide di un contropiede.

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