La Fiorentina ha concluso il mercato di gennaio con la precisione di un chirurgo che opera con i guanti da boxe: cinque innesti, dieci partenze, un saldo attivo di un milione e mezzo in entrata grazie a un paio di cessioni low-cost, ma con obblighi di riscatto che, in caso di permanenza in Serie A, schizzeranno a 28,5 milioni netti. Roba da far invidia a un piano di ammortamento bancario concepito da un sadico.
Mentre la squadra inciampava rovinosamente al Franchi contro il Cagliari – 1-2, con Semih Kılıçsoy e Marco Palestra a punire una difesa viola che sembrava composta da comparse di un film di zombie lenti – e poi perdeva 2-1 a Napoli, inseguendo per larghi tratti un fantasma di partita, la dirigenza viola ha proceduto con la consueta eleganza di chi cambia le gomme alla macchina mentre sta scendendo dal passo del Sempione in piena tormenta. E il colpo di genio supremo? Fabio Paratici, nominato direttore sportivo con contratto fino al 2030, entra in carica ufficialmente il 4 febbraio. Cioè dopo la chiusura del mercato. Un tempismo da manuale di strategia aziendale: osservare il disastro da bordo vasca, con il costume già indossato ma senza tuffarsi.
Paratici, reduce da Tottenham e da una Juve che ricorda con affetto misto a nostalgia, ha lasciato che Roberto Goretti gestisse l’operazione-rimonta con la formula magica del prestito-obbligo-condizionato-alla-salvezza. Cinque arrivi, tutti con la stessa clausola assassina: se restiamo in A paghiamo, se scendiamo amen, tanto saremo già a piangere in cadetteria con il bilancio in rosso e i tifosi in sciopero del silenzio.
Manor Solomon dal Tottenham: prestito con diritto di riscatto fissato a 10 milioni. L’israeliano, reduce da una carriera fatta più di infortuni che di gol, dovrebbe portare dribbling e imprevedibilità sulle fasce. In teoria. In pratica arriva come l’ultimo arrivato a una festa finita da un pezzo, con la bottiglia di prosecco sgonfia in mano.
Marco Brescianini dall’Atalanta: prestito oneroso da 1 milione, obbligo di riscatto a 10 (o 12 a seconda delle fonti) se si resta in A. Centrocampista italiano, giovane, dinamico. L’Atalanta lo ha mandato via perché evidentemente non lo riteneva indispensabile neanche per scaldare la panchina in Europa League. Ma a Firenze, si sa, i prospetti altrui brillano di luce propria finché non mettono piede al Franchi.
Giovanni Fabbian dal Bologna: prestito da 1 milione, obbligo a 13 più 1,5 di bonus salvezza-dipendenti. Altro centrocampista di prospettiva, reduce da una stagione in cui ha accumulato presenze quel tanto che basta per far lievitare il cartellino. Formula identica: salvezza o arrivederci. Se retrocediamo, il Bologna ringrazierà per il prestito gratuito.
Daniele Rugani dalla Juventus: prestito secco con obbligo a 2 milioni in caso di permanenza. Eterna riserva di lusso, giramondo prestato (Ajax incluso), arriva a Firenze per fare il centrale esperto. A 31 anni, dopo aver collezionato trofei bianconeri ai tempi in cui la Juve vinceva anche le partitelle infrasettimanali, arriva a rinforzare una difesa che ha appena preso due gol dal Cagliari in casa. Esperienza? Sì. Affidabilità? Dipende dalla giornata. Ma almeno sa già come si perde 1-2 senza scomporsi.
Jack Harrison dal Leeds: prestito con diritto (o opzione, le versioni variano) a circa 8 milioni. L’inglese dovrebbe dare qualità e cross sulle fasce, ma dopo stagioni altalenanti in Premier arriva come il jolly pescato a caso dal mazzo: potrebbe essere l’asso, più probabilmente il due di fiori.
Dieci uscite, un esodo da far impallidire Mosè. Pablo Marì all’Al-Hilal per 2 milioni più bonus: addio allo spagnolo, che ha lasciato bei ricordi soprattutto ai massaggiatori. Edin Dzeko allo Schalke 04: risoluzione consensuale, il bosniaco a 40 anni va a cercare minuti in seconda serie tedesca. Amir Richardson al Copenaghen (prestito con diritto a 10), Hans Nicolussi Caviglia al Parma (prestito con obbligo), Mattia Viti al Nizza (fine prestito anticipata), Tommaso Martinelli alla Sampdoria, Nzola al Sassuolo. E via discorrendo: mezza prima squadra spedita in prestito o ceduta, come se qualcuno avesse acceso l’insegna “Sgombero totale – prezzi da svendita”.
I rimpianti? Quelli pesano come macigni. Kosta Nedeljkovic, l’esterno serbo, sfumato all’ultimo nonostante le insistenze di Goretti e Paratici (che evidentemente ha dato consigli telefonici da osservatore privilegiato). Tommaso Baldanzi corteggiato con la solita formula magica, ha preferito la corte di Daniele De Rossi sponda Genova rossoblu. Diogo Leite in scadenza, Juanlu Sanchez: nomi rimbalzati, spariti. Trattative evaporate con la stessa rapidità con cui la difesa viola evapora sui cross bassi del Cagliari.
Il contesto amplifica il grottesco. Rocco Commisso se n’è andato il 16 gennaio 2026 a 76 anni, dopo una malattia lunga e dolorosa. Funerali a New York, cordoglio planetario, minuti di silenzio ovunque. La Fiorentina perde il presidente-padrone che l’aveva comprata con l’entusiasmo di un self-made man e l’aveva gestita con la passione di chi ama il calcio ma non sempre capisce i bilanci. Al suo posto, una proprietà orfana e Paratici che arriva post-mercato come il commercialista che valuta il fallimento dopo la chiusura dei libri.
In campo, il disastro: Classifica che stringe la gola: la zona rossa è a un soffio, i punti racimolati con le unghie. Serviva un mercato da disperati intelligenti, è arrivato un mercato da disperati e basta.
Ora quando Paratici metterà piede a Firenze, guarderà la rosa rimodellata a metà, i 28,5 milioni di potenziali uscite future, la classifica asfittica e sorriderà quel suo sorriso da uomo che ha visto di peggio. Dirà che “il progetto è ambizioso”, “la base è solida”, “lavoreremo con intelligenza”. Intanto la viola pedala nella melma della lotta salvezza, con prestiti che pesano come debiti, rimpianti che pungono come spine, e la sensazione netta che l’unico vero colpo mancato sia stato quello di non aver preso nessuno in grado di cambiare davvero la musica. Almeno fino a maggio. E speriamo che il cerotto regga. Altrimenti, arrivederci Serie A.
