Fiorentina-Cagliari, il mercato dei cerotti e la lotta per non affogare

La Fiorentina ha deciso di festeggiare il nuovo anno con lo spirito di chi, dopo aver mangiato troppo panettone, si guarda allo specchio e dice: “Ok, ora si cambia”. Peccato che il cambiamento, in quel di Firenze, somigli più a un rabberciamento da mercatino dell’usato che a una rivoluzione copernicana. La sessione invernale di calciomercato sta per entrare nel vivo finale e la Viola, reduce da una prima parte di stagione che definire opaca sarebbe un complimento, ha pensato bene di buttare dentro quattro innesti nuovi di zecca, quasi tutti in prestito con obbligo di riscatto legato alla salvezza – formula che ormai in Italia vale quanto il “ti voglio bene ma restiamo amici”.

Partiamo dagli arrivi, perché le uscite sono un capitolo a parte e fa meno male leggerle dopo. Primo colpo: Manor Solomon, arrivato dal Tottenham (o da dove diavolo era parcheggiato) con la faccia di chi ha capito che a Londra non lo avrebbero mai fatto giocare. Poi è toccato a Giulio Brescianini, prelevato dall’Atalanta con la solita formula magica: “se non retrocedi te lo teniamo, altrimenti arrivederci e grazie”. Jack Harrison dal Leeds, altro prestito con diritto di riscatto, un inglese che in Premier avrà fatto panchine da paura ma che qui dovrebbe risolvere i problemi di creatività sulle fasce. E dulcis in fundo, fresco fresco di ufficialità, Giovanni Fabbian dal Bologna: prestito oneroso da un milione, obbligo a 13-15 milioni se restiamo in A, più bonus. Quattro innesti, tutti centrocampisti o esterni con velleità offensive, quasi a voler dire: “La difesa? Mah, teniamola così, tanto il problema è segnare”. Ah, dimenticavo: c’è anche chi sussurra di un sondaggio per Sikou Niakaté del Braga, ma per ora resta nel cassetto delle belle intenzioni.

E le uscite? Edin Dzeko, il Cigno di Sarajevo che a 40 anni suonati (ok, 39 e mezzo, ma sono dettagli) ha scelto di volare allo Schalke 04 in Bundesliga 2. Trattamento a titolo definitivo, sei mesi di contratto, ritorno romantico in Germania dove aveva vinto da giovane con il Wolfsburg. Traduzione: la Fiorentina lo ha salutato con un “grazie per tutto, ora vai a fare il nonno in Zweite Liga”. Amir Richardson? Probabilmente via anche lui, direzione ignota ma con biglietto di sola andata. Mattia Viti finisce alla Sampdoria, e chissà quanti altri partiranno prima della chiusura del 2 febbraio. Il messaggio dal Viola Park è chiaro: “Abbiamo fatto pulizia, ora si riparte”. Peccato che la “pulizia” somigli a quella che fai quando butti via i calzini bucati ma tieni il divano sfondato perché “tanto ci si siede lo stesso”.

Il tutto mentre la classifica urla vendetta. La Fiorentina naviga intorno al terzultimo posto, con una manciata di punti che la separano dal baratro. Il Cagliari, prossimo avversario, non sta molto meglio: 22 punti contro i 17 dei viola, ma con la sensazione di poter galleggiare se non si commettono harakiri.  Fiorentina-Cagliari. Non è Juventus-Inter, non è Milan-Napoli, è una sfida da dentro o fuori per due squadre che giocano a scaricabarile con la zona retrocessione. Una partita che profuma di sudore, paura e quel pizzico di disperazione che in Serie A rende tutto più autentico.

Paratici (o chi per lui) ha provato a ricostruire una mediana che sembrava uscita da un esperimento fallito di laboratorio: troppi mediani lenti, pochi inserimenti, zero fantasia. Ora arrivano Fabbian, che a Bologna aveva fatto vedere lampi di qualità, Harrison che porta corsa e cross dal fondo, Solomon che dovrebbe saltare l’uomo (dicono), Brescianini che è giovane e italiano (quindi plusvalenza futura). Ma basterà? O stiamo assistendo all’ennesima sessione in cui si spende per tappare buchi con cerotti colorati?

Il Cagliari arriva con l’entusiasmo di chi ha poco da perdere. Angelozzi, ds rossoblù, ha già dichiarato che Luperto non si tocca e che a centrocampo guardano con interesse a Nicolussi Caviglia (della Juve, non della Fiorentina, ma il concetto è: “noi cerchiamo di migliorare”). Pisacane in panchina predica calma, ma sa che al Franchi serve almeno un punto per non affondare del tutto.

La partita si deciderà su dettagli. Se la Fiorentina entra in campo convinta di essere la squadra che deve vincere a tutti i costi, potrebbe stritolare un Cagliari che ha qualità ma non ha continuità. Se invece i viola si presentano con la solita ansia da prestazione – quella che ha trasformato vittorie potenziali in pareggi risicati o sconfitte umilianti – allora prepariamoci a novanta minuti di sbadigli intervallati da urla in tribuna. Il pubblico viola è stanco: stanco di promesse, stanco di “progetti triennali” che durano tre mesi, stanco di vedere la stessa sceneggiatura ripetuta da anni. Vuole punti, vuole gol, vuole una squadra che non si nasconda dietro l’alibi del “siamo in ricostruzione”.

Mentre Dzeko vola in Germania a cercare minutaggio, a Firenze si cerca di ricostruire la stagione con prestiti e promesse. Harrison segnerà? Fabbian farà dimenticare le lacune? O tra due mesi saremo qui a commentare l’ennesimo “grazie per averci provato”? Il mercato viola è come una soap opera infinita: colpi di scena annunciati, finali aperti, telespettatori che ormai guardano per abitudine più che per passione.

Sabato si gioca, e si gioca per la sopravvivenza. Non per lo scudetto, non per l’Europa, ma per non retrocedere in B dopo aver assaporato la Conference e sognato chissà che. La Fiorentina ha investito sul mercato per dire “ci siamo”. Ora tocca ai giocatori dimostrarlo. Altrimenti, l’unica cosa certa è che a fine stagione qualcuno pagherà pegno.

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