Paratici dirige da Londra e arriva quando il mercato è già finito

Fabio Paratici ha scelto Firenze per il suo rientro in Italia, ma con la tempistica di chi prenota un volo low-cost il giorno dopo la partenza: arriva ufficialmente solo il 3 febbraio, quando la finestra di mercato invernale sarà già sigillata più ermeticamente di una cassaforte svizzera. Il Tottenham, che lo tiene al guinzaglio fino al 2 febbraio (orario Premier, ovviamente), lo costringe a finire il lavoro londinese prima di mollare gli ormeggi. Risultato pratico: il ds più chiacchierato degli ultimi anni dirige il mercato viola da remoto, con auricolare e faccia da poker, mentre la Fiorentina galleggia al terzultimo posto in Serie A con una manciata di punti racimolati in venti giornate, due vittorie e una difesa che concede gol con la generosità di un supermercato in svendita natalizia.Eppure, nonostante l’assurda logistica da film di spionaggio low-budget, i primi colpi portano la sua impronta digitale inequivocabile. Manor Solomon arriva in prestito dal Tottenham: esterno mancino, 26 anni, dribbling felino e cross che sembrano telecomandati. Firma bassa, zero commissioni folli, pedina perfetta per allargare il campo nel 4-3-3 o nel 3-5-2 di Paolo Vanoli, che sta cercando di insegnare alla squadra a non giocare come se fosse in apnea permanente. Poi tocca a Marco Brescianini, prestito oneroso da Atalanta con diritto di riscatto fissato intorno ai 10 milioni (obbligato in caso di salvezza, secondo le indiscrezioni più accreditate): mediano box-to-box, 25 anni, fisico da mediano moderno e piedi discreti. Operazione da manuale Paratici: basso rischio, alto rendimento potenziale, profilo che non fa impallidire i bilanci viola già provati da anni di acquisti sbagliati.Ma il vero spettacolo, quello che fa alzare il sopracciglio, è la caccia al centrale difensivo. La retroguardia viola, dopo l’addio di Pablo Marí (volato all’Al-Hilal per una cifra ridicola) e l’imminente ritorno di Mattia Viti al Nizza, è un colabrodo certificato. Paratici, fedele al motto “meglio un ex mio che un sconosciuto caro”, ha puntato dritto sul suo vecchio album di figurine juventine. Daniele Rugani è tra i papabili: classe 1994, infortunato ma economico, ingaggio abbordabile, rapporti ottimi con Giorgio Chiellini (ora a Londra con Comolli). La Gazzetta dello Sport lo dà quasi in maglia viola, e non è difficile capire perché: centrale esperto, zero drammi da prima pagina, affidabile come un orologio al quarzo anche se non segna da quando giocava a calcetto con gli amici. Se entra Rugani, la Fiorentina passa da “pericolo retrocessione nucleare” a “pericolo retrocessione gestibile con cerotti e preghiere”. Federico Gatti resta l’alternativa di lusso( ma su di lui è in vantaggio il Milan di Allegri): altro ex Juve, fisico da carro armato, ma ingaggio da far tremare i polsi e menisco fresco di intervento. Convincere la Juventus a cederlo a gennaio è un’impresa da kamikaze, ma Paratici ha sempre avuto il dono di trasformare i “no” in “forse”.Radu Dragusin, pupillo totemico del periodo Spurs, nicchia come un gatto bagnato: preferisce restare a Londra piuttosto che scendere nei bassifondi italiani a rischiare la B con una squadra che pareggia col Milan ma perde col resto del mondo. Comprensibile, del resto: chi mai vorrebbe scambiare la Premier con la lotteria salvezza viola? Eppure Paratici insiste, perché sa che con un pressing psicologico ben calibrato (“fidati, è un progetto serio, Vanoli è bravo, la proprietà c’è”) il rumeno potrebbe cedere ma non alle lusinghe Fiorentine, bensì a quelle della capitale sponda giallorossa. Altrimenti, spuntano i soliti nomi da discount di lusso: Samuel Kotto dal Gent (low-cost, low-experience), Rodrigo Becao, Diego Coppola. Roba da chi sa che il budget è limitato e la classifica non ammette scommesse da casinò.A centrocampo e in attacco il refrain è identico: qualità senza matti. Tommaso Baldanzi dalla Roma sarebbe il colpo grosso: prestito con diritto/obbligo intorno ai 12-13 milioni totali, giocatore che direbbe subito si a Firenze, ma il Genoa di Daniele De Rossi sembra in dirittura d’arrivo, fantasia pura in un reparto che ne ha fame. Jack Harrison dal Leeds è praticamente chiuso: esterno mancino, prestito con diritto a circa 10 milioni (obbligo legato alla salvezza), uno che corre come un forsennato e crossa con precisione chirurgica. Benjamin Dominguez dal Bologna resta sogno proibito: i rossoblù fanno finta di non sentire il telefono, ma se Paratici tira fuori un assegno vero… chissà. Albert Gudmundsson, intanto, resta incedibile a prescindere. Il paradosso più feroce di questa sessione è proprio questo: la Fiorentina ingaggia uno dei direttori sportivi più capaci (e controversi) del continente, ma lo costringe a operare in modalità “fantasma” fino a mercato chiuso. Classico del calcio italiano contemporaneo: prendi il genio, lo metti in freezer per tre settimane, poi lo sbrini e pretendi la rivoluzione. I tifosi viola, esausti dopo stagioni di ds che promettevano mari e monti per poi lasciare debiti e panchine bollenti, oscillano tra euforia (“finalmente uno che vince”) e scetticismo atavico (“vediamo se non è l’ennesimo bluff post-Juve”).Paratici non promette scudetti, non fa proclami social, non vende fumo. Promette ordine, pragmatismo, colpi intelligenti. In una stagione in cui l’ordine sembrava un optional e la Fiorentina sembrava giocare col freno a mano tirato, è già un lusso sfrenato. Resta da vedere se basterà per non retrocedere. Altrimenti, dal 3 febbraio, il ds potrà iniziare a lavorare davvero… per l’estate. Perché nel nostro calcio, il tempismo è un optional e la lungimiranza un lusso.

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