Quando l’arbitro Sozza ha fischiato la fine all’Olimpico, dopo che Pedro aveva appena trasformato quel rigore al 95’, lasciando la Fiorentina inchiodata sul 2-2, c’è stato un istante di silenzio che pesava più di mille insulti. Era il silenzio di chi ha assaggiato la vittoria per pochi, crudeli minuti, e se l’è vista strappare via con la freddezza di un boia. Gudmundsson aveva illuso tutti all’89’, dal dischetto, con quel gol che sembrava il riscatto di una stagione intera. E invece siamo qui a contare l’ennesimo punto buttato nel cestino di una squadra che sa solo flirtare con la vittoria senza mai chiederle di sposarla.
La partita contro la Lazio è lo specchio perfetto di questa Fiorentina: un primo tempo da sonnambuli, con i biancocelesti che tengono il pallone come se fosse loro per diritto divino (oltre il 60% di possesso) e sbloccano con un gioiello di Cataldi al 52’, che De Gea può solo accompagnare in rete con lo sguardo. Poi, quasi per pietà, i viola si svegliano. Gosens – uno dei pochi che corre come se gli dovessero i soldi – impatta il pareggio al 56’ con diagonale preciso dopo un assist al bacio di Fagioli, e per un attimo sembra che Vanoli abbia trovato la formula magica. Gudmundsson, l’islandese che porta sulle spalle l’intero peso offensivo viola, completa la rimonta all’89’ trasformando un rigore generoso (contatto dubbio, ma va bene così). I tifosi viola al seguito esplodono di gioia. E poi? Poi Zaccagni, furbo come una volpe, cade dopo un contatto con Comuzzo in area al 94’, Sozza indica il dischetto, Pedro non trema. 2-2. Fine della favola.
Vanoli a fine gara parla di “punto guadagnato contro una squadra forte”, di “delusione ma risultato giusto”. Traduzione: abbiamo preso un punto, ma continuiamo a non sapere vincere. Perché questa è la Fiorentina: una squadra che sa soffrire, resistere, persino ribaltare, ma alla fine si arrende sempre al suo destino masochista. Ultima o penultima in classifica – dipende da come girano le altre – con una manciata di punti raccattati con il contagocce, due vittorie in diciannove giornate, un attacco che segna con il contagocce e una difesa che concede gol come se fosse un’opera di benevolenza.
Il tifoso viola, quello vero, che ha visto Batistuta, Rui Costa, Toni, Mutu e Giuseppe Rossi, sa cosa significa soffrire per amore. Ma questo è un altro livello di sofferenza: è quella di chi vede la propria squadra arrancare in zona retrocessione, con un presidente che ogni tanto tuona contro gli obbrobri del calcio italiano ma investe con il bilancino, un allenatore che predica continuità mentre la rosa sembra assemblata pescando nomi a caso da un cappello. Kean? Trasformato in un panchinaro di lusso, con “problemi fisici e familiari” che Vanoli cita come scusa gentile. Comuzzo? Un ragazzo che sbaglia come un esordiente in Promozione. De Gea? Ogni parata è un miracolo, ma i gol arrivano lo stesso. Fagioli, corre e ogni tanto illumina, ma da solo non basta. E Gudmundsson, poveretto, si sacrifica in un ruolo che non è il suo, correndo indietro come un terzino aggiunto pur di non far affondare la baracca.
E arriviamo al mercato, aperto da pochi giorni e già teatro di discussione. Il grande colpo? Marco Brescianini dall’Atalanta. Prestito oneroso a un milione, diritto di riscatto a dieci che diventa obbligo se – udite udite – la squadra si salva. Benvenuto Marco, centrocampista tutto corsa e discrete qualità, che a Bergamo era una riserva di lusso e qui dovrà diventare il salvatore della patria. Ironia della sorte: per restare in Serie A dobbiamo obbligatoriamente riscattare un giocatore che arriva perché siamo disperati. Geniale. Prima di lui era sbarcato Manor Solomon dal Tottenham, ala israeliana veloce ma con un curriculum infortuni da fare invidia a un veterano di guerra. Risultato? Rinforzi low-profile per una squadra che urla disperatamente aiuto.
Si parla di Baldanzi dalla Roma, ma solo dopo che i giallorossi sistemeranno le loro pedine. Si sussurra di altri nomi, ma con il budget di Commisso – che ama l’Italia ma conta i centesimi – siamo al mercatino delle occasioni: prestiti, diritti, obblighi condizionati alla salvezza. Come dire: investiamo su di voi, ma solo se dimostrate di meritare la Serie A. Intanto Richardson pare diretto al Nizza, Martinelli alla Samp in B a farsi le ossa. Escono i giovani, entrano i “pronti subito” che pronti non lo sono mai del tutto.
Il sentiment del tifoso viola oggi è un misto di rabbia trattenuta, rassegnazione e quel filo di speranza ostinata che ci tiene ancora attaccati alla radio, alla tv, allo stadio. Perché dopo quel 2-2 all’Olimpico resta l’amaro in bocca di chi era a un passo dal respirare, dal dire “forse ce la facciamo”. Invece no. Resta la classifica che ci guarda dal basso, resta Vanoli che chiede tempo in un mondo che non ne concede, resta Commisso che promette battaglia ma consegna una squadra fragile come cristallo.
Questa Fiorentina è un cuore che batte piano, troppo piano, in un campionato che non aspetta. E mentre il mercato gira con le sue illusioni low-cost, il rischio è che a febbraio ci ritroveremo a contare i punti necessari per non retrocedere, con Brescianini e Solomon a fare gli eroi per forza. Sarebbe bello, per una volta, sbagliarsi. Sarebbe bello vedere questa squadra alzare la testa senza aspettare il miracolo finale. Ma per ora, ahimè, resta solo quel silenzio dopo il fischio finale: il silenzio di chi ama troppo per arrendersi, ma soffre abbastanza da temere il peggio.
