La Fiorentina, che da anni flirta con l’idea di essere grande ma finisce sempre per accontentarsi di un posto in sala d’aspetto, è di nuovo al centro di un melodramma degno di un film di Sorrentino, ma senza la colonna sonora di Paolo Conte a rendere tutto più poetico. Raffaele Palladino, l’allenatore che sembrava destinato a portare i viola fuori dal limbo della mediocrità, ha deciso di fare i bagagli e levare le tende, lasciando il Viola Park come un turista che scappa da un ristorante dopo aver visto il conto. E ora? La piazza è un vulcano, Daniele Pradè è il punching ball preferito della Curva Fiesole, e il casting per il nuovo allenatore sembra una tombola organizzata da un comitato di quartiere.
Palladino, l’addio che sa di “scusate, ho un altro impegno”
Raffaele Palladino, il tecnico con il volto da bravo ragazzo e le idee da hipster del calcio, era arrivato a Firenze con la promessa di un progetto scintillante. Sesto posto in Serie A con 65 punti, semifinale di Conference League persa contro il Betis: non proprio un capolavoro da esporre agli Uffizi, ma un quadretto dignitoso, via. Eppure, appena una settimana fa, con la grazia di chi abbandona una chat di gruppo senza spiegazioni, Palladino ha detto “ciao” e ha mollato tutto. Dimissioni, arrivederci e grazie. Motivi? Ufficialmente, “pressioni ambientali” e “divergenze con la dirigenza”. Tradotto dal politichese: la Curva Fiesole gli ha fatto capire che Firenze non è Monza, e il rapporto con Daniele Pradè era più teso di una corda di violino suonato da un principiante. Secondo La Gazzetta dello Sport, ha rinunciato a due anni di contratto da un milione a stagione, un gesto che qualcuno ha definito “nobile” e altri, più realisticamente, “un biglietto prenotato per la prossima panchina libera, magari all’Atalanta?”. Perché, diciamocelo, in questo circo della Serie A, Palladino non resterà a lungo a guardare Netflix sul divano. Ma a Firenze, si sa, o sei un genio o sei un intruso: e lui, a quanto pare, non ha dipinto la Cappella Sistina.
Pradé, il re Mida al contrario
E poi c’è lui, il grande imputato, l’uomo che sembra avere più vite di un gatto da stadio: Daniele Pradè. Il direttore sportivo viola è il bersaglio perfetto per una Curva Fiesole che, quando si tratta di contestare, ha la precisione di un cecchino. “Pradè vattene”, urlano i comunicati dei tifosi, con una chiarezza che farebbe invidia a un editto mediceo. Un tifoso ha sintetizzato il pensiero comune: “Pradè, ma come fai a guardarti allo specchio? Dimettiti e lasciaci sognare!”. Ora, non è che Pradè sia proprio l’Anticristo del calcio: quattro qualificazioni consecutive in Conference League non sono bruscolini, e la rosa attuale non è esattamente un’accozzaglia di scarti da fantacalcio. Ma a Firenze il palato è più fine di un Brunello di Montalcino, e i tifosi sognano da anni di alzare al cielo un trofeo, non ottavi posti mascherati da successi. La gestione di Pradè è un eterno “vorrei ma non posso”: acquisti azzeccati alternati a flop che sembrano scelti tirando i dadi, strategie di mercato più confuse di un turista americano in Piazza della Signoria. E mentre Rocco Commisso difende il suo ds con la veemenza di un condottiero (“I tifosi non decidono chi lavora qui!”), la sensazione è che Pradè sia più vicino a una porta girevole che a una statua in Piazza Santa Croce. Dimissioni? Non ancora, ma il terreno sotto i suoi piedi trema come il Ponte Vecchio durante una piena dell’Arno.
Sarri, il sogno che svanisce come una bolla di sapone
Con Palladino che saluta e Pradè che barcolla, la Fiorentina si è messa a cercare un nuovo allenatore con l’entusiasmo di chi deve scegliere un film su Netflix dopo mezzanotte. Il nome che ha fatto sobbalzare i cuori viola? Maurizio Sarri. Il “Comandante”, l’uomo che con il suo 4-3-3 ha fatto innamorare Napoli e mezzo mondo, era il candidato perfetto per accendere la Fiesole. Sarri però è già stato annunciato come nuovo allenatore della Lazio (perché fuori da Firenze non si perde tempo)tornato a Formello come un ex che si ripresenta alla porta con un mazzo di fiori. E così, il sogno viola si è sgonfiato più velocemente di un palloncino bucato a una festa di paese.
E adesso? Il casting per il nuovo tecnico è un misto di déjà-vu, scommesse e nomi che fanno storcere il naso più di un Chianti annacquato. Marco Baroni, fiorentino di nascita, piace a Pradè, ma dopo una stagione alla Lazio che ha entusiasmato quanto un documentario sui funghi, non è esattamente il Messia che Firenze aspetta. Igor Tudor? Perfetto per la rosa, ma incatenato alla Juventus fino al Mondiale per Club. Aspettarlo? Come chiedere a un fiorentino di rinunciare al lampredotto per sei mesi. Daniele De Rossi? Carismatico, ma la sua esperienza alla Roma è stata più altalenante di un giro in giostra. Stefano Pioli? Un ritorno romantico, ma il suo contratto con l’Al-Nassr da 10 milioni l’anno è un ostacolo più grande della cupola del Brunelleschi. E poi c’è Alberto Gilardino, che sembra il classico “boh, proviamo” di chi ha finito le idee.
Firenze, svegliati o sarà un altro anno di rimpianti
La Fiorentina, in questo momento, è come un giocoliere che prova a tenere in aria palle di cristallo con le mani unte di lampredotto. Le dimissioni di Palladino sono state il colpo di scena che nessuno ha chiesto, come un colpo di scena in una soap opera di quart’ordine. La contestazione a Pradè? Un coro unisono che fa sembrare la Fiesole un tribunale popolare pronto a emettere sentenza senza appello. Firenze sogna scudetti, ma rischia di ritrovarsi con un altro abbonamento alla Conference League e un allenatore pescato dal cilindro di un prestigiatore di terz’ordine. Serve un tecnico che faccia battere i cuori, non uno che sembri uscito da un casting per “Chi l’ha visto?”. E serve una dirigenza che smetta di giocare a Risiko con il mercato e impari che a Firenze non basta un pareggio con l’Empoli per essere eroi. Altrimenti, prepariamoci a un’altra stagione di promesse da marinaio e mugugni da stadio, con la Curva che canta e Commisso che twitta, mentre il sogno viola resta chiuso in un cassetto, insieme alle speranze di vedere uno scudetto prima del prossimo Giubileo. Perché, come direbbe un fiorentino con la sciarpa al collo, “o si vince, o si torna a casa a piedi. E la strada è lunga”.
