Ogni tanto, nel cuore della notte, il tifoso della Fiorentina si sveglia in preda a un sudore freddo, fissa il buio e si chiede: “Ma cosa ho fatto di male?”. Non è una crisi esistenziale, ma un urlo disperato, il lamento di chi ha avuto la pessima idea di innamorarsi di una squadra che sembra progettata da un sadico per trasformare ogni partita in una sessione di tortura psicologica. Nella gara di ritorno dei quarti di Conference League, i viola hanno preso il Celje – un club che in Europa ha lo stesso appeal di un torneo di briscola in trattoria – e lo hanno elevato a minaccia shakespeariana, regalandoci un 2-2 che è meno un risultato calcistico e più un affronto alla dignità umana.
Con il 2-1 dell’andata in tasca, la Fiorentina avrebbe potuto affrontare la serata con la disinvoltura di chi sa di avere il destino in pugno. E invece, i viola hanno deciso che il modo migliore per celebrare il 41° compleanno di Raffaele Palladino era inscenare una farsa in cui il Celje – una squadra che sembra sponsorizzata dal negozio di ferramenta all’angolo – si è illuso di essere l’erede spirituale dell’Ajax di Van Gaal.
Gli sloveni, che probabilmente pensavano che il Franchi fosse il nome di un nuovo gusto di gelato, per 90 minuti hanno creduto di poter mandare Firenze in terapia intensiva. E di chi è la colpa? Della Fiorentina, che ha trasformato il “farsi male da soli” in una disciplina da medaglia d’oro, con tanto di inchino al pubblico. La squadra ha preso un vantaggio, lo ha sperperato con l’entusiasmo di chi getta l’eredità di famiglia in una truffa online, e poi, quando il disastro era così vicino da poterlo annusare, ha tirato fuori un pareggio che sembra più un insulto alla logica che un risultato sportivo. Moise Kean, che a questo punto merita un tempio pagano al posto della Curva Fiesole, ha messo una pezza dove serviva, mentre i compagni sembravano gareggiare per il titolo di “Miglior catastrofe europea con charme”.
E poi c’è Palladino, il nostro martire con l’aria di chi si chiede ogni mattina perché non abbia scelto una carriera più rilassante, tipo disinnescare bombe. Caro Raffaele, far sembrare il Celje una versione discount del Real Madrid di Zidane è stato un colpo di scena che nessuno aveva ordinato.
E ora? Semifinale contro il Betis Siviglia, una squadra che, a differenza del Celje, non si presenta con l’entusiasmo di chi ha vinto un buono per un kebab, ma con un pedigree europeo che fa venire i brividi lungo la schiena. Andata il 1° maggio in Spagna, ritorno l’8 maggio a Firenze. E se c’è una cosa che possiamo giurare sul Battistero, è che la Fiorentina non farà nulla per rendere la vita facile a sé stessa o ai suoi tifosi. Perché i viola non giocano per vincere: giocano per dimostrare che si può soffrire in modi sempre più rocamboleschi. È la terza semifinale consecutiva in Conference League, un traguardo che per una squadra che non alza un trofeo dal 2001 è come scoprire la teoria della relatività con un abaco. Ma, per l’amor di Dante, qualcuno avverta i giocatori che non serve trasformare ogni partita in un episodio di Lost.
Il Betis, con i suoi Bakambu e Rodríguez che già si leccano i baffi come iene davanti a una carcassa, non è il Celje. Non si accontenterà di un pareggio epico da incorniciare in salotto. E la Fiorentina, se insiste con questa spavalderia da “tanto poi ci pensa Kean”, rischia di trasformare la semifinale in un altro capitolo della sua saga preferita: “Soffriamo fino al collasso, ma alla fine (forse) passiamo”. Perché, diciamolo, i viola hanno un’allergia congenita alle vittorie serene, come se la parola “normalità” fosse un’eresia da punire con 90 minuti di agonia.
E noi? Continuiamo a guardarli, come vittime di un sortilegio che ci condanna a un’eterna sindrome di Stoccolma. La Fiorentina ti fa gridare, ti fa giurare che stavolta è davvero finita, che passerai le domeniche a guardare documentari sulle formiche. E poi, puff, eccoti in semifinale, a googlare voli per Siviglia con il cuore in gola e la certezza che sarà un’altra odissea. È amore, è follia, è un disturbo che la scienza deve ancora catalogare. È la Fiorentina. E noi, come sciocchi, non possiamo smettere di correrle dietro.
