Max Verstappen, il tiranno gentile di Suzuka

Suzuka, un giorno qualunque di primavera. Si è chiuso il Gran Premio del Giappone, e indovinate un po’ chi ha vinto? Max Verstappen, ovviamente, il pilota che sembra aver sottoscritto un abbonamento a vita al gradino più alto del podio nipponico. È la terza gara di un Mondiale che già puzza di copione usato, con l’olandese che guida la sua Red Bull come se fosse un’estensione del suo corpo e gli altri a fare da comparse in un film dove il finale è scontato. Siamo qui, con il popcorn in mano, a chiederci se qualcuno riuscirà mai a rubargli la scena o se dobbiamo rassegnarci a questo dominio che ha la suspense di un documentario sulle lumache.
Partiamo dal sabato, perché è lì che Max ha messo le cose in chiaro. Pole position, un giro da far venire i brividi a un blocco di marmo, un tempo che ha disintegrato ogni illusione altrui. Lando Norris, staccato di un soffio, deve aver guardato il cronometro con la faccia di chi si rende conto che “vicino” in Formula 1 è solo un altro modo per dire “perdi comunque”. Oscar Piastri, terzo, ha abbozzato quel sorrisetto da “ok, ci sono, ma non proprio”. E Leclerc? Il povero Charles ha chiuso a una distanza che in F1 equivale a un viaggio in pullman, ma a Maranello lo chiamano “risultato incoraggiante”. Max ha preso la pole come un monarca che reclama il trono, e noi siamo rimasti lì a battere le mani, un po’ ammirati e un po’ annoiati.
La gara: un thriller senza brividi
La domenica è iniziata con il sole che scaldava l’asfalto e le speranze di chi pensava che le McLaren potessero almeno far sudare il re. Norris e Piastri, armati di monoposto che sulla carta avevano il passo per provarci, si sono illusi per circa tre curve. Poi Max ha detto “no, grazie”, ha spento ogni velleità con un avvio chirurgico e ha trasformato la gara in una passeggiata domenicale. Il momento più eccitante? Il pit-stop di Norris, che ha provato a giocarsi la carta della disperazione uscendo dai box come un toro inferocito. Max, con la calma di chi sa che il copione non cambia, l’ha guardato, ha chiuso la porta e arrivederci. Un quasi-contatto, un sussulto, poi il nulla. Da lì in poi, è stato un lungo, lunghissimo assolo, con Verstappen che gestiva gomme, ritmo e probabilmente anche i nostri battiti cardiaci, mentre noi sbadigliavamo davanti alla TV.
Norris e Piastri si sono dati battaglia per il secondo posto, un duello che è stato l’unico barlume di vita in una gara piatta come una tavola da surf. Lando ha avuto la meglio, Oscar ha fatto il bravo scudiero, ma entrambi hanno dovuto inchinarsi al solito sospetto. Max vince, la Red Bull brinda, e gli altri si guardano chiedendosi se valga la pena alzarsi dal letto la prossima volta. È la quarta volta di fila che Suzuka diventa il suo regno: roba che persino Schumacher si toglierebbe il casco per applaudire
Ferrari: il regno del “quasi”
E la Ferrari? Oh, la Ferrari, eterna promessa mai mantenuta. Leclerc ha portato a casa un quarto posto che sa di tappabuchi, un risultato che a Maranello celebrano con la stessa enfasi di chi trova un euro nel divano. La macchina, a quanto pare, perde un decimo al giro, una sciocchezza che in F1 è come dire che corri con un triciclo. Charles ci ha messo del suo, guidando con la grinta di chi sa che il podio è un miraggio ma non vuole ammetterlo. Hamilton, settimo, ha provato un assetto alternativo sperando in un miracolo, ma il sottosterzo l’ha riportato sulla terra. “Speriamo che funzioni”, aveva detto il giorno prima. Spoiler: non ha funzionato, Lewis, ma grazie per averci provato.
A Maranello già si parla di “sviluppi in arrivo”, di “gap da colmare”, di “passi avanti”. È la solita solfa, un greatest hits che ormai conosciamo meglio delle hit estive. Vedere una Ferrari arrancare mentre Max danza sul traguardo è come guardare un gatto che insegue un laser: ci prova, si sbatte, ma non lo acchiappa mai. Fred Vasseur, con la faccia di chi ha visto troppe domeniche così, ha detto: “Tre decimi da recuperare”. Bravo Fred, continua a dirlo, magari prima o poi ci crediamo.
Un applauso, però, va al piccolo Kimi Antonelli, il teenager della Mercedes che a 18 anni guida come se fosse nato con il casco in testa. Sesto posto, una strategia da funambolo e un momento in testa durante i pit-stop che l’ha fatto entrare nei libri di storia come il più giovane leader di un GP. Roba da far tremare i polsi a chiunque, tranne che a lui, che sembra uscito da un videogioco con il cheat code attivato. Max lo guarda e forse pensa: “Ok, tra un po’ questo mi romperà le scatole”. Per ora, però, il trono resta suo, e Kimi può solo  di rubargli la corona.
Verstappen, il dittatore che non annoia (o forse sì?)
Con questa vittoria, Max si conferma il padrone di un circus che sembra girare intorno a lui. La Red Bull non è più la schiacciasassi di un tempo, eppure nelle sue mani diventa un’arma letale. È come se gli altri corressero con delle utilitarie e lui con un jet privato: puoi provarci, ma tanto ti asfaltano. Il Mondiale è ancora lungo, ma l’impressione è che sarà l’ennesima stagione in cui Verstappen gioca a scacchi e gli altri a dama. Norris ci prova, Piastri pure, ma per ora sono solo mosche che ronzano intorno a un elefante.
Suzuka ci ha regalato una gara perfetta, tecnicamente impeccabile, ma con l’emozione di un elettrocardiogramma piatto. Max vince, e noi ci chiediamo: ma ci sarà mai un granello di sabbia a inceppare questo ingranaggio perfetto? Per ora, restiamo a guardare, con un misto di ammirazione e sbadiglio. E se la prossima volta piovesse, magari, giusto per vedere se il re sa nuotare. Altrimenti, tanto vale dargli il trofeo a gennaio e mandarci tutti in vacanza.

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