Motta Game Over, Tudor All-In

Tenetevi forte: Thiago Motta non è più l’allenatore della Juventus. Dopo un’agonia durata mesi, fatta di proclami ridicoli e prestazioni che farebbero arrossire una squadra di scapoli e ammogliati, la Vecchia Signora ha staccato la spina al suo santone italo-brasiliano. Al suo posto? Igor Tudor, il croato con la faccia da cattivo dei film di serie B e un curriculum che urla “speriamo che me la cavo”. È l’ennesima giravolta di una società che sembra diretta da un gruppo di scimpanzé. Cominciamo da lui, il  Thiago nazionale. Arrivato a Torino con l’aura del messia, il filosofo col pallone sottobraccio, quello che a Bologna aveva trasformato acqua in vino e fatto gridare al miracolo pure ai critici con la puzza sotto il naso. “È il futuro del calcio”, dicevano. Certo, un futuro distopico dove la Juventus incassa sette gol in due partite (Fiorentina e Atalanta, roba da incubi notturni) e ne segna zero, come una squadra di pensionati al torneo dell’oratorio. Il suo calcio champagne? Una brodaglia frizzante da discount, servita tiepida e con la bollicina già scappata via. 
Thiago ci ha provato, eh. Con quel suo fare da professore universitario in crisi di mezza età, ha rifilato perle di saggezza in conferenza stampa: “Dobbiamo crescere”, “Ci vuole pazienza”, “Abbiamo un’identità”. Identità? Certo, quella di un’ameba con la crisi esistenziale, che vaga per il campo senza sapere se attaccare, difendere o semplicemente arrendersi al ridicolo. E i tifosi? Prima lo osannavano come il nuovo Guardiola, poi hanno iniziato a pregare per un esorcista. Alla fine, sette gol sul groppone sono stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso. O meglio, il secchio di letame che era già pieno fino all’orlo. 


Igor Tudor, il croato che non sa cos’è un sorriso
Ed ecco il sostituto: Igor Tudor, il duro dal nome che sembra uscito da un film di Schwarzenegger anni ’80. Non è Conte, non è Zidane, non è nemmeno quel Sarri che almeno regalava una sigaretta e un insulto ben piazzato. È Tudor, stop. Uno che a Verona ha fatto discretamente, a Marsiglia ha tenuto botta e alla Lazio ha dimostrato che anche i sergenti di ferro possono inciampare. Arriva con un contratto fino a giugno, tipo un precario assunto per tappare un buco, senza neanche la promessa di un rinnovo. Obiettivo? Portare la baracca al quarto posto e non sfigurare al Mondiale per Club. Roba da far tremare i polsi… di noia. 
Tudor è il classico “uomo della provvidenza” che piace alla Juventus quando è con l’acqua alla gola: un ex bianconero, uno che “capisce l’ambiente”, uno che non fa troppe storie. Con quella faccia da “ho appena trovato un capello nella minestra” e un’idea di calcio che sembra urlare “basta poesie, qui si mena”, potrebbe essere il defibrillatore per una squadra in coma. Oppure il becchino che scava la fossa definitiva. Staremo a vedere, ma non aspettatevi fuochi d’artificio: qui siamo al livello di un petardo bagnato. 


Giuntoli, Elkann e il circo delle figuracce
Ma non illudetevi che il problema fosse solo Thiago. No, no. Qui c’è un’intera regia da Oscar nella categoria “commedia degli errori”. Cristiano Giuntoli, il mago del mercato che doveva rifondare la Juventus, si è rivelato un prestigiatore da strapazzo: ha tirato fuori dal cilindro Douglas Luiz, che corre come un bradipo con l’artrite, e Koopmeiners, pagato un rene per farlo giocare fuori ruolo. Bravo, Cristiano, standing ovation. E sopra di lui, John Elkann, il gran burattinaio che dopo aver cacciato Allegri con la delicatezza di un elefante in cristalleria, ora guarda il disastro con l’aria di chi dice “ops, forse ho sbagliato pulsante”. 
L’esonero di Motta e l’arrivo di Tudor sono la ciliegina su una torta avariata. È la dirigenza che alza le mani e ammette: “Ok, abbiamo fatto un casino, proviamo a cambiare carta”. Peccato che i tifosi, stufi di essere presi per i fondelli, continuino a sognare Conte o Agnelli come se il passato fosse una bacchetta magica. Sorpresa, signori: il passato non torna, e questa Juventus è un presente da mal di stomaco.

 
Tudor, il sergente di ferro contro il caos
Cosa vi aspetta con Igor al timone? Dimenticatevi il calcio da salotto di Motta, quel sogno di fluidità che si è trasformato in un ingorgo sulla tangenziale all’ora di punta. Tudor è uno da trincea: difesa a tre, pressing asfissiante e un gioco verticale che più che poesia sembra un ordine di servizio. Vlahovic potrebbe finalmente smettere di vagare come un naufrago in cerca di un pallone decente, e magari qualcuno in mezzo al campo si ricorderà che esiste una cosa chiamata “grinta”. Ma non fatevi illusioni: qui non si tratta di rinascita, ma di sopravvivenza. 
I tifosi, dal canto loro, sono un misto di rassegnazione e sarcasmo puro. Sui social c’è chi saluta Motta con un “torna a scrivere poesie, ma lontano da qui” e chi accoglie Tudor con un “benvenuto, speriamo tu duri più di un raffreddore”. La verità è che questa Juventus è un paziente terminale che rifiuta di morire, e Tudor è l’infermiere mandato a somministrare un’iniezione di adrenalina. Funzionerà? Boh. Ma almeno sarà divertente guardarlo mentre ci prova. 
E così, Thiago Motta esce di scena con la coda tra le gambe, probabilmente pronto a rifilarci un’autobiografia dal titolo “Il mio calcio, misunderstood genius”. Al suo posto, Igor Tudor si prepara a indossare la tuta da pompiere in una Juventus che sembra un incendio fuori controllo. È la tragicommedia perfetta: una squadra che un tempo faceva tremare l’Europa oggi si aggrappa a un croato con la simpatia di un blocco di cemento, sperando che basti a evitare l’ennesima figuraccia. 
La Vecchia Signora è diventata la vecchia zia un po’ svampita che tutti compatiscono ma nessuno prende più sul serio. Tudor sarà il salvatore o solo un altro nome da aggiungere alla lista dei “ci abbiamo provato”? Una cosa è certa: questa Juventus è un disastro così epico che quasi ci piace.

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