Pensate alla Juventus come a una nobildonna d’altri tempi che, scendendo le scale con un abito pomposo, inciampa sul primo gradino e rotola giù fino al pianerottolo. Non è stata una partita, ma una pubblica gogna, un’esecuzione al rallentatore dove i bianconeri si sono offerti come zerbini volontari e i nerazzurri bergamaschi hanno pulito le suole con un ghigno da squali in vacanza. Thiago Motta, il santone arrivato con la bacchetta magica, ha diretto una disfatta che sembra un corso accelerato su come farsi ridere dietro da mezza Italia, mentre la Dea ha trasformato lo Stadium in un luna park per i suoi tifosi.
La Signora, quella che si vanta di una bacheca piena di trofei, è diventata la barzelletta della serata: una squadra che non corre, non lotta, non tira, non esiste.
C’è una sottile poesia nel vedere la Juventus, autoproclamata regina del calcio italiano, ridursi a un inginocchiatoio sgangherato su cui l’Atalanta ha officiato una messa nerazzurra con un 4-0 che sa di requiem, mentre Thiago Motta, novello prete di una parrocchia in bancarotta, recitava preghiere inascoltate con la solennità di chi sa che il funerale è il suo.
Questa non è stata una sconfitta, ma una Caporetto in technicolor, un harakiri collettivo che ha trasformato la Juventus in una comparsa da reality show di quart’ordine, mentre l’Atalanta recitava il ruolo della star che non sbaglia un ciak. Motta, il santone con la lavagnetta d’oro che doveva trasformare i bianconeri in una sinfonia calcistica, ha diretto un’orchestra di fischi e sbadigli, con i suoi musicisti che suonavano ognuno una nota diversa, tutte stonate. La Signora, quella che un tempo dettava legge con un sopracciglio alzato, si è ridotta a una dama di corte che porge il ventaglio all’Atalanta, lasciandole il palco per un’esibizione da standing ovation – per gli altri, ovviamente.
La Juventus è entrata in campo con l’arroganza di chi pensa che il blasone basti a vincere, ma è uscita come un esercito di burattini con i fili tagliati, mentre Motta armeggiava con le sue sostituzioni come un mago da strapazzo che tira fuori conigli morti dal cilindro. L’Atalanta non ha solo passeggiato: ha fatto il giro turistico dello Stadium, ha scattato selfie coi tifosi bianconeri attoniti e ha lasciato un biglietto da visita con scritto “tornate quando siete pronti”. Il tecnico bianconero, con le sue teorie da illuminato, ha trasformato la squadra in un circo senza tendone, dove i leoni ruggiscono solo nei ricordi e gli acrobati inciampano sul tappeto.
E i tifosi? Quelli che cantano “fino alla fine” devono aver perso la voce a metà strada, scappando dalle tribune come se avessero visto il conto del ristorante e si fossero accorti di aver dimenticato il portafoglio. Quattro gol incassati in casa non sono una batosta, sono un’umiliazione che ti marchia come un tatuaggio fatto male. La Juventus, quella delle coppe e delle leggende, è diventata una barzelletta sussurrata nei bar, un carrozzone che arranca mentre l’Atalanta ci passa sopra con un bulldozer, lasciando solo polvere e rimpianti.
Motta, con le sue idee da filosofo prestato al pallone, ha diretto una banda che pareva più interessata a fare la ola con gli avversari che a giocare, e il risultato è stato un 4-0 che sa di scherno puro, di quelli che ti fanno chiedere se non sia il caso di passare al badminton, che almeno lì perdi con meno pubblico. Il “progetto” del tecnico? Una favola senza morale, un castello di carte che crolla al primo soffio, mentre i bianconeri si guardano intorno spaesati, chiedendosi chi abbia spento la luce.
L’Atalanta, invece, ha fatto l’Atalanta: ha visto una Juventus in ginocchio e ha deciso di farne un trofeo da esporre in salotto, un souvenir da mostrare con orgoglio ai nipotini. Gasperini, con quel suo fare da professore che ha appena umiliato lo studente presuntuoso, ha orchestrato una sinfonia di sberleffi che Motta ha ascoltato con le mani legate, troppo occupato a meditare sulla sua prossima lezione per accorgersi che i suoi erano già ko. È stata una lezione di vita, un’esecuzione che ha messo a nudo una Juventus che non è più niente, un guscio vuoto che rotola giù da una collina mentre la Dea si gode il panorama, con le mani in tasca e un ghigno che dice tutto.
La Signora, quella che si vanta di un passato da regina, è diventata lo zimbello della serata: un’armata di soldatini di plastica che si sciolgono al sole, una squadra che sembra aver perso il copione e improvvisa con la grazia di un elefante su un monociclo. Motta, con le sue sostituzioni da scienziato pazzo, ha trasformato i bianconeri in un esercito di fantasmi, pallidi e senza sostanza, mentre l’Atalanta si divertiva a calpestarli con la leggerezza di chi sa che non c’è partita. I tifosi juventini, quelli con lo stomaco d’acciaio, staranno già cercando alibi – il prato troppo morbido, un’allergia stagionale, un complotto delle stelle – ma la verità è che questa squadra è un disastro con le gambe, un’auto di lusso finita in un fosso con il clacson rotto e le portiere spalancate.
E non finisce qui: la Juventus non è solo caduta, si è sdraiata per farsi calpestare meglio, offrendo all’Atalanta un tappeto rosso fatto di errori, distrazioni e figuracce. Motta, con il suo fare da guru che predica nel deserto, ha diretto una squadra che sembra un’installazione artistica moderna: incomprensibile, inutile e pure brutta da vedere. L’Atalanta, dal canto suo, ha preso il regalo e ci ha fatto un fiocco, trasformando lo Stadium in un palcoscenico dove i bianconeri erano i camerieri e loro i divi della serata. Quattro a zero è un punteggio che non rende giustizia: poteva essere sei, ma i nerazzurri hanno deciso di fermarsi, forse per pietà, forse perché a un certo punto si stanchi pure di infierire su un avversario che non esiste.
È una disfatta che sa di epitaffio, un 4-0 che non è solo un punteggio, ma una sentenza: la Juventus, così com’è, è un relitto che affonda, e Motta è il capitano che saluta dal ponte mentre la nave cola a picco.
