Fiorentina, la disfatta con la ciliegina greca: sorpassi da querela, flop da cabaret

Eccoci qua, a goderci lo show surreale della Fiorentina, una squadra che sembra aver scambiato il pallone per un gadget da fiera di paese e il campo per un luna park dove ogni partita è una giostra che deraglia. Roma e Bologna la superano con la disinvoltura di chi salta la fila alla posta, e il Panathinaikos si prepara a farle la festa in Conference League con la finezza di un elefante che balla il tip tap su un tappeto persiano. A Firenze si ride per non trasformare il lampredotto in un proiettile gastronomico, tra un “ma che si fa?” e un morso che sa di disfatta, mentre i viola trasformano una stagione da kolossal in un filmino amatoriale girato con lo smartphone.
I numeri sono lì, spietati come un controllore del gas che ti trova il contatore truccato: nelle ultime settimane, la Fiorentina ha raccolto punti con la larghezza di un anfitrione che ti offre una briciola di pane raffermo. Zero o quasi, un raccolto da far rimpiangere i giorni in cui almeno si portava a casa un pareggio da incorniciare come souvenir. La Roma, che fino a poco fa arrancava a 15 punti di distanza – sì, QUINDICI, una voragine da far sembrare un burrone una pozzanghera – ha deciso che era ora di smettere di fare la comparsa. Con l’arroganza di chi ti soffia il posto in spiaggia piazzandoci l’asciugamano, i giallorossi hanno messo il turbo e arrivederci, lasciando i viola a contemplare l’orizzonte mentre si gustano un’amatriciana e un sorrisetto compiaciuto.
E il Bologna? Qui siamo al vertice dell’ironia cosmica: 10 punti di ritardo, una sciocchezzuola per una squadra che si credeva destinata a grandi cose, e invece i felsinei hanno sfoderato una tenacia da film d’azione e hanno spedito la Fiorentina a mangiarsi le mani in un angolo. È uno spettacolo da circo senza rete, con i viola che salgono sul palco da star e scendono come inservienti che hanno inciampato sul tappeto rosso.
Il gran finale di questa tragicommedia è la sfida di ritorno in Conference League contro il Panathinaikos, dopo un 3-2 incassato all’andata che ancora punge come una medusa sulla spiaggia. Quei greci, che non saranno il Bayern Monaco ma sanno comunque come pizzicarti, hanno fatto a striscioline i viola con tre gol, mentre la risposta è stata un timido 2, giusto per non tornare a casa con le tasche vuote ma con l’orgoglio ridotto a un fazzoletto stropicciato. Per passare il turno serve un’impresa: vincere con almeno due gol di scarto, tempestare la porta avversaria come un temporale estivo e non farsi trafiggere come una bistecca sulla griglia. Facile come montare un mobile svedese senza istruzioni, visto che ultimamente la Fiorentina tira in porta con la mira di un principiante al tiro con l’arco e difende con la robustezza di una tenda da campeggio sotto un acquazzone.
E poi c’è Raffaele Palladino, il nostro condottiero da reality show, un uomo che sembra uscito da un casting per un tutorial di hairstyling su TikTok: giacca slim come se dovesse posare per la copertina di un magazine di moda, chioma scolpita con la dedizione di un artista del Rinascimento, e l’aria di chi ha appena scoperto che il suo playbook era un disegno fatto a matita da un nipotino. “Teniamo alla Conference”, ha annunciato con la solennità di un venditore di tappeti al mercato che ti giura che è seta pura. E si vede, Raf, si vede proprio: la tenete così tanto che sembra stiate organizzando un’asta al ribasso, tipo “prendetevela voi, che noi non sappiamo che farcene”. Palladino in panchina è un fenomeno da studiare: gesticola come un direttore d’orchestra che ha perso la bacchetta, urla indicazioni che sembrano scarabocchiate su un post-it dimenticato in tasca, e poi si volta verso i tifosi con quell’espressione da “fidatevi, ho un piano” che sa di bluff da pokerista senza carte. Che piano, Raf? Quello di trasformare ogni partita in un episodio di “Chi ha incastrato Roger Rabbit”? O forse stai già pensando al prossimo passo, tipo aprire un salone di bellezza con lo slogan “se non vinco, almeno ti pettino”?
Cosa ci aspetta al ritorno? Una recita da antologia, con i tifosi viola pronti a interpretare i martiri più caustici del pianeta. Eccolo lì, il popolo viola, con quel cocktail di fede incrollabile e masochismo da Guinness: arrivano allo stadio con la sciarpa al collo e il cuore in mano, certi che stavolta sarà la volta buona, per poi passare il tempo a sbraitare “ma che siete, pagati per perdere?” e “vi sistemo io con due schiaffi!” come se fosse un rito scaramantico. Sono lì, appesi alla loro illusione come un equilibrista su una corda sfilacciata, pronti a spellarsi le mani per un cross decente e a seppellire la squadra sotto una valanga di “andate a lavorare!” al primo svarione. Moise Kean, appena rientrato da un trauma cranico, sarà il loro idolo o il loro capro espiatorio: segnerà o li farà bestemmiare così forte da far tremare le campane? Dall’altra parte, il Panathinaikos si presenterà con la spavalderia di chi sa di avere già il biglietto per il turno successivo, con Tete e Djuricic pronti a colpire come due vecchi amici che ti ricordano quanto eri negato a biliardino.
Questa squadra è un rebus da discount: partita con l’arroganza di chi si vedeva già sul trono, ora è un carrozzone che perde pezzi a ogni curva, sorpassato da una Roma che sembrava un ferrovecchio e scavalcato da un Bologna che dovrebbe limitarsi a fare da comparsa. Palladino, con le sue facce da “mi sono perso il copione”, prova a rattoppare una baracca che crolla, ma il risultato è una squadra che sembra un collage fatto con la colla stick.
Ma per battere il Panathinaikos serve più di un “forza, ragazzi”: serve un attacco che non sembri un gruppo di amici al calcetto del giovedì, una difesa che non si spalanchi come un negozio in svendita, e un pizzico di quella grinta che i viola sembrano aver lasciato in qualche osteria. Sennò, sarà la solita serata di improperi in toscano, con i social che si trasformano in un tribunale: “Palladino, vai a pettinare le bambole!”, “Commisso, caccia i soldi!”, e un “che schifo” che potrebbe essere inciso sulle maglie.
E se i greci dovessero darci il colpo di grazia? Sarebbe il fiocco su una stagione che da sogno è diventata un incubo da mercatino delle pulci. Roma e Bologna ci saluterebbero con un gestaccio, il sesto posto svanirebbe come un’illusione ottica, e la Fiorentina si ritroverebbe a fare i conti con una realtà da film di serie B: essere passati da cacciatori a prede senza nemmeno un “scusate”. Ma niente paura, c’è il lampredotto per affogare i dispiaceri e un “vaffa” che a Firenze è più prezioso di un Oscar.

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